Storie Budapest

Racconti

 

0-24

Le prese elettriche

Questioni di fisico

Duna

Gödöllő

Le mutande calate

The missing beef

Pestbuda

Il piacere personale

Il pieno e il vuoto

Carità e beneficienza

Il freddo

Una questione di personalità

A piedi nudi

Pezzi di giostra

Un altro pianeta

La superiorità

Dalla parte dei vinti

I mercatini di Natale

Le scelte di base

Persone eccezionali

Vivere di rendita

Atmosfere del passato

Un servizio completo

Le parole al vento

I baffi della tradizione

Expat

Quattro donne

Il nuovo anno scolastico

Ciak, si gira!

I rifugiati siriani – L’emergenza

I rifugiati siriani – Le conseguenze

Tra il serio e il faceto

Gli echi della Expo

Pottery

I rifugiati siriani – L’epilogo

14 secondi con una mano sola

Alte Istituzioni dello Stato

Fidesz – Unione Civica Ungherese

Tutto il mondo è paese

Un capolavoro riscoperto

Egészségredre!


 
 
0-24

In un paese dove non sei mai stato, in una città che non hai mai visto, dove non conosci nessuno – ma proprio nessuno – non capisci la lingua, non hai alcun tipo di riferimento, crearsi delle certezze, dei punti fermi che possano arginare il senso di smarrimento è assolutamente fondamentale. Alla ricerca di qualche àncora di salvezza, timorosa, il primo giorno, sono uscita a fare un giro dell’isolato. E proprio dietro l’angolo, a due passi da casa, ecco la mia prima àncora. E’ apparsa all’improvviso, chiara, luminosa, rassicurante, nella forma di un’insegna: 0-24. Zeroventiquattro. Due semplici numeri, nessuna scritta incomprensibile, un messaggio diretto, immediato: io sono qui, sempre, se hai bisogno di me. Hai finito la carta igienica? Ti manca il latte per la colazione? Vuoi una birra per rilassarti stasera? Io sono qui. Sono sempre aperto, sette giorni su sette, ventiquattr’ore su ventiquattro. Non ti devi sentire perduto, qualunque ora sia ci sarà sempre del pane, della frutta fresca o un po’ di gelato per te. Zeroventiquattro: ecco la mia prima certezza. Che bello averti trovato!
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Le prese elettriche

Una casa grande, molto grande, e un numero imprecisato ma cospicuo di prese elettriche. Prese elettriche in abbondanza, direi: nella cucina, nelle camere da letto, nei bagni, nella stanza tecnica (caldaia, lavatrice, asciugatrice) e tutte a tre buchi – bene, proprio quello che mi serve! – ma con il trucco: una vite a chiudere il buco centrale. Prenderò la scossa se tento con un cacciavite di svitarla? Perché fare una presa a tre buchi se quello centrale viene volutamente e sistematicamente tappato? Domande inutili, impossibile fermarsi a riflettere e trovare una soluzione mentre il dramma si sta rapidamente consumando, le proteste si fanno incalzanti, le voci si sovrappongono via via più concitate in una richiesta sempre più pressante: il computer sta esaurendo la carica, il cavo dell’alimentatore ha una spina a tre punte – se svitassi il contatto centrale funzionerebbe lo stesso? – e il film rischia di fermarsi a metà. Film, si badi bene, concesso di mattina in via del tutto eccezionale al solo scopo di portare novanta minuti di quiete in una casa ancora piena di scatoloni e valigie da sistemare. In extremis il colpo di genio: il cavo di un altro computer smontato fino alla scatoletta, rimontato su quello in esaurimento e il gioco è fatto: il computer rivivisce, il film ricomincia, torna la quiete e la mamma è pronta per un altro scatolone.
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Questioni di fisico

Il 20 agosto in Ungheria è festa nazionale. Nell’anno mille, in questo giorno, è stato proclamato re Santo Stefano d’Ungheria, considerato fondatore della patria, eroe nazionale e santo patrono del paese. I festeggiamenti per Santo Stefano durano vari giorni e culminano, il 20 agosto appunto, con una processione imponente durante la quale la Sacra Destra – la mano destra del Santo, reliquia veneratissima – viene portata fuori dalla Basilica dove normalmente è custodita. Il sacro si mescola poi al profano e in serata viene offerto uno spettacolo pirotecnico che non ha eguali in tutto il mondo per durata e impatto scenografico, con i fuochi d’artificio sparati da un barcone ancorato in mezzo al Danubio. Si illumina di mille colori lo skyline del Castello e dei ponti di Budapest che già di per sé, di notte, è uno spettacolo mozzafiato. Nell’ambito dei festeggiamenti per Santo Stefano in un teatro all’aperto sull’isola Margherita era in programma la rappresentazione in musical della vita di György Dózsa. Questi era un nobile ungherese che intorno al 1500 capitanò una rivolta dei contadini contro i feudatari locali che venne repressa nel sangue con la cattura, la tortura e la condanna a morte del valoroso condottiero. Mi sembrava una buona occasione per cominciare a capire lo spirito di questo popolo: molto attraente, poi, era l’immagine del protagonista che campeggiava sui cartelloni pubblicitari brandendo la spada, i muscoli tesi, la mascella volitiva, il fisico possente. Davvero affascinante. Mentre cercavo sul sito del teatro come comprare i biglietti mi sono dovuta alzare per cercare i fazzoletti: il raffreddore che mi affligge da quando siamo arrivati si sta facendo ogni giorno più aggressivo. Torno al computer, vedo ancora qualche foto dello spettacolo, davvero imponente, e subito mi devo rialzare per cercare in bagno le gocce decongestionanti. Mi guardo allo specchio: gli occhi lacrimosi, il naso arrossato, le orecchie tappate, una sensazione di oppressione sulla fronte e sugli zigomi. Ecco, forse passare la serata in un teatro all’aperto, al freddo e all’umido non mi aiuterà a risolvere la situazione. Rinuncio allo spettacolo. Mettiamola così: György Dózsa, e il ballerino che lo interpreta, hanno il fisico. Io no.
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Duna

Per essere una donna ho un senso dell’orientamento niente male. Guido la macchina come solo una donna può fare, d’accordo, ma non mi perdo alla seconda svolta, non mi disoriento al primo senso unico, riesco a superare agevolmente un’area pedonale mantenendo la direzione giusta. Ecco perché, anche in una città che non conosco, non mi intimorisco al pensiero di prendere la macchina da sola. Certo, è sicuramente un aiuto sapere di poter contare sulla migliore invenzione tecnologica per le donne dopo la piastra elettrica in ceramica: il navigatore satellitare. Avere perso i primi quindici minuti per impostare la destinazione mi ha fatto presagire, tuttavia, che avrei dovuto contare solo sulle mie forze per portare la pelle a casa. Se infatti all’andata, una volta superata l’impasse iniziale, tutto è filato liscio e sono arrivata sana e salva alla meta, al ritorno il navigatore mi ha improvvisamente abbandonato; inutili i tentativi di sbloccarlo, rianimarlo, far ritornare la sua voce. Ho realizzato allora di avere dalla mia parte un’altra àncora, un’altra certezza: il Danubio. Duna in ungherese. Dov’è la Duna? La placida, serena, mastodontica Duna? Rispondi a questa domanda e non sarai mai perduto: tanto è vero che spesso si incontrano sul bordo dei marciapiedi delle pietre con incisa una freccia e dei numeri che indicano la direzione e la distanza per arrivare al fiume. Vai verso la Duna, trovala e affacciati: il panorama che si apre di fronte, immenso, arioso, spazza via ogni dubbio e ritrovi l’orientamento. I ponti funzionano da bussola meglio di un satellitare; li vedi, li riconosci e capisci dove devi andare. Ma ora che sei qui, ora che la strada l’hai ritrovata, non ripartire subito, goditi il paesaggio: i moli che si allungano sul fiume, il passaggio lento dei barconi, le cime degli eucalipti che si piegano al vento, la gente che passeggia sulle rive. Pensa a quanta strada ha fatto quest’acqua, ai dieci paesi che attraversa, ai chilometri che percorre in mezza Europa. Quanto è fascinosa la Duna: in questa città sconosciuta, dove sono straniera, ho trovato un’altra rassicurante certezza.

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Gödöllő

Gli scatoloni sono stati tutti svuotati, la casa è quasi sistemata. E’ domenica e c’è il sole: perché non concedersi una gita fuori porta? Una meta molto piacevole per l’escursione di una giornata è Gödöllő, piccolo paese a circa quaranta minuti da Budapest che anche gli imperatori austro-ungarici prediligevano come luogo di villeggiatura. Alle porte del paese, infatti, il conte Grassalkovich aveva fatto costruire un bel castello in stile barocco, con annessa una vastissima tenuta per la caccia, e si pregiò di invitare nientemeno che l’imperatrice Maria Teresa d’Austria in vacanza – per l’occasione fece rivestire completamente di marmi pregiati la stanza dove la maestà imperiale avrebbe dormito. Successivamente trascorsero qui vari periodi di villeggiatura anche gli imperatori Francesco Giuseppe I ed Elisabetta di Baviera – meglio conosciuta come Sissi (quale donna non ricorda la memorabile trilogia con Romy Schneider!). La visita del castello è piacevole e bene organizzata, le stanze sono complete di tendaggi, tappezzerie e arredi originali. Alla fine del percorso, pagando un prezzo aggiuntivo, c’è la possibilità di vedere un filmino in 3D con scene girate da attori in costume dell’epoca che si muovono nelle sale del castello, facendo rivivere i fasti dei ricevimenti e delle battute di caccia che qui si svolgevano. Pensando che i bambini soprattutto avrebbero potuto apprezzare, abbiamo comprato il biglietto e siamo stati accompagnati, insieme ad altri turisti, nei sotterranei del castello per questa proiezione. Alla fine sono uscita provando una sensazione piacevole ma al tempo stesso vagamente fastidiosa: da un lato, infatti, c’era il piacere di vedere come avessero provato ad offrire al pubblico qualcosa in più, un modo per valorizzare il castello e permette ai visitatori di calarsi meglio nella realtà dell’epoca. Dall’altro il pensiero è andato rapido alle (poche) visite culturali che ho fatto a Roma di recente e, con fastidio, ho pensato a come dovremmo recuperare l’orgoglio di quello che eravamo e siamo stati in grado di costruire, e dimostrare di esserne ancora all’altezza.


 
 
Le mutande calate

La scuola dei bambini è decisamente internazionale: nella classe del più grande – ventitré alunni in tutto – sono rappresentate circa undici nazionalità diverse. C’è una bambina con il papà russo e la mamma colombiana; un’altra con papà ungherese nato in Germania e mamma di Santo Domingo; un bimbo con mamma greca, nonni che vivono tra Bruxelles e Ginevra, e papà austriaco. Ci sono indiani, inglesi, koreani, turchi, brasiliani, giapponesi che parlano spagnolo e tedesco, serbi che preferiscono dire di essere yugoslavi “perché così era quando sono nato”. L’atmosfera nella scuola è particolarmente accogliente – forse perché tutti sono nella condizione di vivere lontano dai loro affetti – e all’inizio dell’anno viene organizzato un caffè di benvenuto per le famiglie appena arrivate. Me la caverò con il mio inglese stentato? Fortunatamente la conversazione si limita a semplici argomenti presenti in qualunque corso base di lingua: come ti chiami, da dove vieni, quanti figli hai, ti piace Budapest, in che quartiere vivete …. Dopo questa piacevole ma comunque faticosa mattinata sono andata alla ricerca delle famiglie italiane nella scuola: ne ho trovate tre e con le mamme spesso ci fermiamo a fare due chiacchiere all’ingresso o all’uscita, mentre i bambini giocano tra di loro, felici di poter ridere e scherzare nella loro lingua. Ad una di queste mamme un giorno ho detto di essere sorpresa che fossimo così pochi e lei mi ha detto “sì, in effetti siamo solo noi con i bambini piccoli, ma poi c’è Rocco”. “Rocco chi?”. “Siffredi” (ovviamente!) “ma i suoi figli sono più grandi”. Difficile confessare l’immagine che per un attimo si è materializzata nella mia testa: io all’ingresso della scuola con i bambini per mano, che incontro lui con i suoi figli, biondi, alti, eleganti nelle loro divise scolastiche, al fianco del padre ….. con le mutande calate! Ecco, penso di poter frequentare gente di ogni cultura, religione e nazionalità, ma ad avere a che fare con il genitore pornodivo non sono ancora preparata.


 
 
The missing beef

In Ungheria non esistono le mucche. O meglio, le mucche dovrebbero esserci, perché c’è il latte ed è anche molto buono – quello con il 2,8% di grassi, tenete a mente questa percentuale, perché quello con l’1,5% è in pratica parzialmente scremato e sa di poco. Impossibile invece trovare la carne di manzo, perché qui il maiale la fa da padrone. L’origine dell’affermazione del maiale nella cucina ungherese sembra risalire alla dominazione ottomana dei secoli XVI e XVII, quando i turchi lasciavano questo animale impuro ai popoli occupati riservandosi le carni più pregiate. Se poi, con la definitiva sconfitta dei turchi, questi siano andati via dal paese portandosi dietro tutte le mucche non è dato sapere. Fatto sta che nei banconi delle macellerie nove decimi di spazio sono occupati da polli e maiali e solo un decimo è occupato dalle rossi carni bovine. Tutta la fatica spesa per imparare a riconoscere noce, pezza, girello e lombata è ormai perduta; i tagli sono irriconoscibili, la macchina per affettare non esiste e viene fatto tutto al coltello: dimentica perciò fettine in padella, scaloppine, saltimbocca, involtini, straccetti, bistecca ai ferri e fiorentina con l’osso. Tanto si sente la mancanza del manzo che un canadese sta avendo un grande successo con un sito attraverso il quale offre la carne argentina, canadese e statunitense nei tagli tradizionali per il barbecue della domenica, con consegna diretta a casa – non vedo l’ora di riuscire ad avere il mio nome sul citofono per fare il primo ordine: da due settimane l’ho chiesto all’amministratore dell’appartamento ma stampare una targhetta di carta plastificata sembra cosa complicata. Ma torniamo al manzo: il cubo di carne che ho portato a casa la prima volta, cucinato così com’era è risultato duro e stoppaccioso come un ciocco. Un secondo tentativo ha sortito un buon effetto previa battitura tramite martello – quello da chiodi, perché quello da carne non l’ho mai avuto in dotazione – e ho ottenuto dopo sole cinque ore di cottura uno spezzatino non solo mangiabile ma addirittura gustoso. Temo, però, che questa sarà l’unica forma in cui il manzo potrà essere portato in tavola nella nostra casa ungherese.
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Pestbuda

Le due città sulle rive opposte del Danubio, Pest e Buda, erano collegate solo via fiume, con dei barconi che facevano la spola per il transito di persone e merci, fin quando nel 1847 non morì il conte Széchenyi. Suo figlio, che si trovava in quel momento a Pest, non fece in tempo a tornare a Buda per il funerale del padre e decise che avrebbe fatto costruire un ponte, il Ponte delle Catene, che collega ancora oggi le due parti della città. Da un lato c’è Buda – con le sue colline, la chiesa di Mattia Corvino e il palazzo reale – che ha vissuto il periodo di massimo splendore nel XVIII secolo, quando numerosi interventi la risollevarono dalle rovine della dominazione ottomana: furono ridisegnate le strade, costruiti nuovi edifici, restaurate le chiese che erano state trasformate in moschee. Dall’altra parte della Duna, la bassa Pest soffriva invece per le continue esondazioni del fiume, che provocavano morti e distruzione; l’unica dolce collina che durante queste emergenze offriva salvezza a gran parte della popolazione, divenne il luogo dove fu edificata in segno di ringraziamento la Basilica di Santo Stefano. Solo nel 1873 le due città decisero di unirsi in un’unica entità amministrativa; il problema del nome venne risolto per un breve periodo con il poco pratico Pestbuda, fino ad arrivare al definitivo Budapest. La nuova entità amministrativa visse un periodo di grande splendore tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo: grazie alla costruzione degli argini del fiume il problema delle esondazioni venne definitivamente risolto e la parte di Pest assunse il suo aspetto attuale, con la creazione di eleganti viali alberati, la costruzione dell’Opera, dei bagni termali e di molti palazzi, primo tra tutti quello del Parlamento, che svetta lungo il fiume in tutta la sua imponente bellezza.
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Il piacere personale

Ho scoperto un negozio interessante. La montagna di camicie da stirare mi ha spinto fuori di casa alla ricerca dell’acqua demineralizzata per il ferro da stiro, che al supermercato non si trova. Ho visto un negozio che sembrava vendere casalinghi e sono entrata. Mi sono imbattuta in uno strano miscuglio di prodotti di vario genere, che in Italia vengono normalmente venduti in quattro o cinque diversi tipi di negozio: si va dalle acque minerali e bibite gassate, agli integratori alimentari, al cibo biologico, agli alimenti per animali. Ci sono poi trucchi, profumi e prodotti di bellezza, candele, alimenti e generi vari per neonati, prodotti per l’igiene orale, detersivi e accessori per la pulizia della casa. E c’è poi la parte dell’intimo: creme da barba, rasoi, detergenti delicati, assorbenti, un elettrostimolatore per dolori mestruali, preservativi, gel per massaggi intimi e makers di varie forme e colori (c’è il pompiere, il miliardario, il francese e l’allenatore di tennis). Trattasi di – cito dalla confezione – dito lungo di gomma con incrostazioni per dolci sensazioni di piacere privato. Lo scaffale termina con i test di gravidanza, che ti riportano bruscamente alla realtà.
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Il pieno e il vuoto

Essere da sola in una città che non conosci, in un paese che non conosci, con una lingua che non conosci produce molte strane sensazioni. Fare le cose quotidiane, anche le più banali, diventa un’impresa che va attentamente pianificata e che implica un notevole dispendio di energie. Non dico guidare la macchina o accompagnare i bambini a scuola, che ormai è diventato quasi facile (ma aspettiamo l’inverno…); fare una spesa decente è una questione già più complessa, che necessita di gambe, perché i vari prodotti di cui ho bisogno si trovano sparsi in diversi negozi, e una buona dose di gestualità – arte nella quale, fortunatamente, noi italiani siamo maestri. Nella scala della difficoltà metterei su un gradino ancora superiore il comprare una medicina o il prenotare una visita medica per il mio ormai cronico raffreddore: badate bene che ho detto prenotare, perché già soltanto questo è stato così laborioso che alla fine alla visita ho proprio rinunciato. Pagare una multa – ebbene sì, ho preso una multa anche qui – è un’avventura che si risolve positivamente solo grazie all’intervento magnanimo del portiere dell’ufficio postale che mi compila il bollettino. Scegliere un operatore telefonico è un’epopea che dura giorni, fino alla firma di un contratto totalmente incomprensibile, del quale mi è chiara solo la componente economica mensile. Quindi, dicevo, fare le cose quotidiane, anche le più banali, è molto complicato e spesso mi chiedo: le mie giornate sono piene o vuote? Tutto il tempo speso per ottenere il nostro nome sul citofono di casa e sulla cassetta delle lettere (battaglia vinta solo a metà, perché il mio tuttora non figura); le mattinate passate a cercare dove far stringere la vite degli occhiali, o dove comprare le scarpe di cuoio nere per la scuola dei bambini, o dove trovare degli elastici; le giornate dedicate alla ricerca dei ganci per appendere i quadri, o delle lampadine di ricambio, o della catena per assicurare le biciclette nel cortile sono giornate piene o vuote? Come le devo considerare? E mi rispondo: sono giornate in cui mi faccio in quattro per fare in modo che la casa sia accogliente, che tutto funzioni bene, che la tavola sia sempre piena di cose buone, che la mia famiglia stia bene e si senta a proprio agio anche qui, in un paese che presto, spero, non ci sarà più sconosciuto.
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Carità e beneficienza

Quando ero piccola la domenica mattina si faceva colazione, ci si metteva il vestito pulito e si andava a messa: io e mia sorella ci sedevamo nelle prime file, con i compagni del catechismo, le mamme sedevano subito dietro di noi e in fondo alla chiesa, spesso in piedi, stavano i papà. Quando passava il cestino delle offerte la mamma ci dava qualche spicciolo da mettere dentro, le banconote solo nelle feste più importanti. C’era poi la pesca di beneficienza a Natale, cui partecipavamo regalando alcuni oggetti, catalogando i premi e comprando i biglietti. L’elemosina per strada non si dava mai, tranne ai musicisti. I vestiti e le scarpe che non usavamo più li portavano ai centri di raccolta e quando c’era l’occasione si regalava uno scatolone di viveri alla mensa della Caritas. “E’ il nostro modo per aiutare chi ne ha bisogno” diceva la mamma. Adesso vivo in Ungheria, dove sono molti quelli che hanno bisogno: orfanotrofi, ospedali e istituzioni benefiche di vario tipo sollecitano continuamente la comunità degli stranieri per donazioni e iniziative di raccolta fondi. Concerti di beneficienza e serate di gala in alberghi lussuosi si susseguono con una certa frequenza, in un’atmosfera da Eyes Wide Shut – la prima festa del film, non la seconda – che mi suscita però qualche perplessità. Non posso ignorare gli inviti a partecipare, perché ognuno deve contribuire secondo le sue possibilità – così mi hanno insegnato – ma mi vedo nel taxi che mi porta alla festa con l’abito elegante e i capelli raccolti e penso alla parte del costo del biglietto che andrà in beneficienza: è davvero un’inezia rispetto a quello che ho speso per il vestito, il parrucchiere e la manicure!
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Il freddo

Ed eccola arrivata, puntuale, prevedibile, tagliente e dolorosa. Per niente inaspettata all’indomani del rientro dall’Italia. La tristezza, la solitudine, la nostalgia, la noia. Sensazioni che paralizzano, ti chiudono in casa anche in una bellissima giornata di sole, ti gelano, ti rendono inetto, incapace, distaccato, inadeguato. Mi guardo intorno e i luoghi sono familiari – è davvero sorprendente come lo siano diventati in così poco tempo – ma una domanda riaffiora continuamente: che ci faccio io qui? Cerco di fare qualcosa di pratico per distrarmi, mi sforzo di uscire di casa, faccio qualche telefonata, ma la domanda torna e mi mette alle strette: che ci faccio io qui? Vorrei raggomitolarmi sotto le coperte, stare al calduccio e non uscire più. Che ci faccio io qui? Mi guardo allo specchio: un motivo c’è perché sei qui. Dove è finito? Cercalo, tienilo a mente. Alla vigilia della partenza una delle persone che mi sono più care – una di quelle che è stato più difficile lasciare – mi disse di superare la paura ricordando i motivi della scelta, gli aspetti positivi che ci hanno fatto prendere la decisione di partire. Mi sforzo, li cerco e li ritrovo; il sole entra nella stanza, torna il calore, mi alzo e riparto.
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Una questione di personalità

La corona d’Ungheria – l’oggetto intendo – ha personalità giuridica: non è solo il simbolo del potere che i regnanti portavano sulla testa nelle cerimonie ufficiali. Rappresenta il regno e pertanto chi la deteneva fisicamente aveva il diritto di regnare sull’Ungheria. Va da sé che la custodia dell’oggetto ha assunto nei secoli una rilevanza del tutto particolare, diversa rispetto alle altre corone dei regnanti in Europa. Negli altri paesi chi saliva al trono sceglieva la corona da utilizzare, o ne faceva forgiare una nuova in occasione della cerimonia di incoronazione; questa corona è la stessa da 1000 anni, da quando venne usata per l’incoronazione di Stefano (Szent Istvan in magiaro), primo re d’Ungheria – re e pure santo – fondatore dello stato e della chiesa ungheresi. La corona è quindi, ovviamente, santa e per questo motivo nessuno ha mai osato rimettere dritta la piccola croce che la sovrasta e che una notte, misteriosamente, non so quanti secoli fa, si è piegata. L’ipotesi più verosimile – ma anche la più noiosa – è che qualche incauto l’abbia fatta cadere: molto più interessanti e variopinte le spiegazioni che sono state elaborate nel corso del tempo. Grazie all’attento lavoro di un team di scienziati proprio di recente ne è venuta fuori una nuova, forse la più inaspettatamente mistica, in quanto è stato possibile verificare che l’inclinazione della croce è esattamente uguale a quella dell’asse terrestre. Oggi la corona è conservata in una teca al centro di una sala monumentale, sotto la cupola centrale del palazzo del Parlamento. Un posto di tutto riguardo per questo oggetto dalla forte personalità, che ancora oggi viene considerato da tutta la popolazione il simbolo della nazione ungherese.
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A piedi nudi

Avevamo invitato a cena uno dei grandi capi di Vienna, in visita a Budapest con la moglie e la bimba piccola. La tavola era perfetta, il menù curato nei minimi dettagli, i bambini istruiti. Appena arrivano a casa, quasi prima delle presentazioni – sicuramente pensando di fare cosa gradita alla padrona di casa – fanno rotolare le scarpe in un angolo dell’ingresso. Mi controllo e riesco a non strabuzzare gli occhi. Ricordo la lezione di stile della baronessa Simonetta Agnello Hornby, la scrittrice siciliana – la padrona di casa ha l’obbligo, sempre e comunque, di mettere l’ospite a proprio agio – e mi libero delle scarpe a malincuore, perché senza tacchi la gonna che avevo scelto per la serata fa tutt’altro effetto. Ancora non mi è chiaro come sia possibile sentirsi a proprio agio a piedi nudi in casa di persone appena conosciute, ma ogni paese ha le sue usanze e cerco di adattarmi. D’altronde questa abitudine, così diffusa nel nord Europa, oltre a preservare le case dalla fanghiglia presenta altri indiscutibili vantaggi: si viene a creare subito una clima rilassato, una certa intimità. Bisogna soltanto ricordarsi di controllare sempre lo stato delle calzature e, soprattutto, dei calzini, anche se questo non ti esime dal vivere situazioni imbarazzanti. Una domenica eravamo stati invitati ad una festa di Halloween a casa di un compagnuccio di scuola; in questi casi l’abitudine di togliersi le scarpe mi sembra anche più sensata e adatta alla situazione. Senonché, mentre stavo rilassata sul divano a chiacchierare con il padrone di casa – compiaciuta, peraltro, di riuscire a capire quasi tutto quello che mi stava dicendo – all’improvviso, con orrore, ho visto la sua mano destra tendersi verso il piede sinistro: lunghi, interminabili minuti di stuzzicamento delle dita del piede sono passati prima che una scusa mi permettesse di saltare via da quel divano. Non mi vergogno di dire che, per ovvie ragioni, il padrone di casa non ha avuto il mio saluto quando siamo andati via. Altro che british aplomb.
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Pezzi di giostra

La movida a Budapest ha un nome: ruin bars. Così come per i bar de tapas a Madrid e i pub a Dublino, i ruin bars caratterizzano la vita notturna della città e sono nominati nelle guide turistiche come tappa obbligata per capire il nuovo spirito budapestese. Sono in pieno centro, nella Pest side, ed in particolare nel dedalo di strade intorno alla sinagoga. Ci si va per bere qualcosa, ascoltare musica o ballare, ma spesso funzionano anche come centri culturali e organizzano mostre, concerti, proiezioni, dibattiti, presentazione di libri, fiere e molto altro. Ci sono quelli all’aperto – ovviamente stagionali – allestiti nei cortili o in piccole aree di parcheggio strette tra i palazzi, e quelli nati nelle fabbriche dismesse o in palazzi destinati alla demolizione. Sono arredati con pezzi provenienti dagli scantinati, dalle case delle nonne, dal creativo riutilizzo di apparati tecnologici obsoleti, oggetti di comunista memoria, pezzi di giostre e arredi di cinema, tutto quello che è stato possibile trovare. L’atmosfera è in genere molto informale e un po’ retrò, ma ciascuno ha il suo stile e davvero bisogna vederli tutti, o almeno i più famosi, prima di scegliere quello preferito. Io non ho ancora scelto, e questa è una buona scusa per continuare a girare da uno all’altro, passeggiando per le strade di questo quartiere vitale e creativo, dove i writers hanno decorato ogni lembo di parete bianca con murales di ogni genere: cascate di edera, mongolfiere, trompe-l’œil, figure geometriche multicolore. Ma ce ne sono due davvero monumentali in Dob utca (si legge uzza) che celebrano le grandezze per le quali l’Ungheria può vantarsi nel mondo: il cubo di Rubik – quanto ci impiegavate a finirlo? – e la mitica partita del 1953 Inghilterra-Ungheria (6-3).
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Un altro pianeta

Le donne ungheresi si vestono male e non ridono mai: qualcuno le dovrebbe avvisare che il comunismo è finito! E poi – diciamo la verità – non sono particolarmente belle. E’ strano a dirsi, perché in generale hanno gran parte delle caratteristiche che comunemente si associano alla bellezza femminile, ma – come dire? – non si applicano! Sono per la maggior parte naturalmente bionde, ma si ostinano a colorare i capelli con i colori più improponibili – ho visto anche lilla e azzurri. Sono naturalmente longilinee, ma hanno dei fondoschiena spesso monumentali, che forse un’alimentazione corretta o un po’ di esercizio fisico potrebbero contenere. Hanno le gambe lunghe e affusolate ma le mortificano con scarpe piatte e insignificanti. Hanno gli occhi chiari, ma spesso i lineamenti del viso sono irregolari, con qualche difetto che rovina l’insieme. Questo vale per quasi tutte le donne che ho visto fino ad ora, per strada, negli uffici, nei negozi, nei locali ….. e poi c’è Zsoka. Zsoka è di un altro pianeta. La prima volta che l’ho vista, al corso di inglese, sono rimasta semplicemente senza parole; si è seduta vicino a me e quasi non riuscivo più a seguire la lezione per il turbamento. Nel complesso assomiglia vagamente alla moglie di Ivan Drago (Rocky IV) altissima, ma proporzionata ed aggraziata nei movimenti, le gambe più lunghe che io abbia mai visto, i capelli corti e platinati, gli occhi acquamarina, le ciglia lunghissime. E’ magra ma con le curve al posto giusto, le dita affusolate, la pelle porcellanata; il viso è un ovale perfetto, zigomi alti, lineamenti regolari. Ha un’età indefinibile ma sicuramente non è una ragazzina: è una donna allegra (lei ride!), curiosa, energica, gentile, estroversa e sicura di sé. E’ uno spettacolo della natura. La guardo e mi chiedo come possa stare tra noi una creatura così straordinaria, come faccia a vivere una vita normale in mezzo a noi comuni mortali. Ma Zsoka è Zsoka, è noi non siamo un c…. (da Giuseppe Gioacchino Belli).

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La superiorità

Quando vai all’estero, soprattutto se per lunghi periodi, capita ad un certo punto di provare una sensazione di superiorità: per ricchezza, per tradizioni, per storia, per cultura, per capacità di divertirsi, per bellezza del paesaggio, per il clima, per la cucina …. gli italiani sono superiori, senza dubbio. Poi capita di notare quanto sono pulite le strade, come sono curate le aiuole e le aree pedonali; capita di trovare in un museo la sala per i non vedenti, con le descrizioni in braille e le copie delle opere che possono essere ‘viste’ con le mani; capita di essere sorpresi dal brulicare delle persone alle cinque del pomeriggio che sono uscite dagli uffici per recuperare momenti di vita; capita di invidiare la famiglia con quattro bambini felici – ma come fanno? Capita di vedere come siano affollati i musei e i teatri, anche durante la settimana; capita di apprezzare la gentilezza e l’attenzione con la quale vengono servite le persone nei ristoranti o nei caffè; capita di scoprire con quanta velocità possono essere terminate opere pubbliche utili davvero, come una nuova linea di tram per la gente che va al lavoro; capita di verificare il costante rispetto delle regole in ogni contesto, il biglietto sui mezzi pubblici, i parcheggi, i semafori e le strisce pedonali, le file di qualunque genere; capita di incrociare una manifestazione di protesta, ordinata, pacata, ma caparbia; capita di vergognarsi nel notare che molti sanno l’inglese decisamente meglio di te; capita di vedere quanto sono a modo le persone, perfino il muratore, che sta aspettando già da un po’, ma quando arriva l’ascensore te lo cede per cavalleria. Allora ti senti italiano sì, ma piccolo piccolo, e cerchi di impegnarti perché chiunque nel conoscerti non rimanga deluso ed anzi possa dire: si vede proprio che è italiano!

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Dalla parte dei vinti

Perché il palazzo del Parlamento ungherese è così grande? Perché un tempo l’Ungheria era uno stato molto più esteso ed i rappresentanti del popolo più numerosi. Perché a Budapest ci sono tante stazioni ferroviarie? Per raggiungere meglio tutti i punti di un territorio che un tempo era molto più vasto. Per mesi ho sentito ripetere in continuazione questo concetto, ma soltanto adesso ho cominciato a capire veramente, e un po’ a condividere, il sentimento di rammarico di una nazione che dal 1918 a oggi ha perso più di due terzi del suo territorio. Sono soltanto due generazioni e la ferita è ancora aperta. Alcuni episodi accaduti in questi giorni mi hanno aiutato a capire meglio. Una sera eravamo al ristorante e abbiamo chiesto al maître di consigliarci un vino ungherese: ci ha orientato verso un Cabernet-sauvignon del quale ha descritto egregiamente caratteristiche e proprietà. Alla fine è stato costretto a specificare, però, che il territorio dove tradizionalmente viene prodotto questo vino, che è a tutti gli effetti ungherese, attualmente rientra nei confini della Croazia. Il vino, di un rosso intenso e corposo, era buonissimo, ma con un retrogusto amaro che è difficile dimenticare. Un altro giorno ero al Museo Nazionale e ho visto due quadri raffiguranti due maestosi castelli, uno medievale, l’altro barocco. Mi sono appuntata i nomi e li ho cercati su internet per capire se era possibile andare a visitarli facendo una gita con i bambini, che sono in fase cavalleresca e adorano le storie di assedi, battaglie, conquiste del maniero, difesa delle principesse e così via. Ho avuto qualche difficoltà a trovarli, non per le mie scarse capacità informatiche, ma perché uno dei castelli si trova oggi in Slovacchia, l’altro addirittura in Polonia! L’ultimo episodio, che mi ha definitivamente fatto comprendere quel sentimento di perdita condiviso da tutti gli ungheresi, è accaduto pochi giorni fa: stavo studiando un libro di storia dell’arte e ho letto della collezione privata Esterházy, un ricchissimo principe ungherese; opere di Giotto, Raffaello, Tiziano, Tintoretto, El Greco, Rembrandt, Velázquez …. un tesoro davvero straordinario. Parte di questa collezione è stata donata allo Stato per fondare, insieme ai lasciti di altri nobili ungheresi, il Museo delle Belle Arti di Budapest, uno dei più ricchi d’Europa. Ma un’altra consistente porzione è stata donata dal principe al piccolo museo della città di Temesvár, al quale era particolarmente legato. Oggi quella città si chiama Timişoara, è Romania, e tutte quelle opere d’arte sono perse per sempre allo stato ungherese.

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I mercatini di Natale

In Ungheria il Natale arriva prima: i bambini, infatti, ricevono i regali da San Nicola (Mikulás) che passa la notte del 6 di dicembre. A Budapest già da qualche giorno fervono i preparativi per allestire i mercatini in varie strade e piazze del centro: è tutto un brulichío di carpentieri, falegnami, elettricisti, manovali che montano casette di legno, alberi di natale, piste di pattinaggio, palchi e decorazioni. Quando vedo che i preparativi sono ultimati, decido di andare a fare un giro di perlustrazione alla ricerca di qualche regalino speciale. Ormai il freddo è arrivato, anche se ancora non ha nevicato, e allora mi attrezzo per evitare che i miei propositi subiscano una brusca interruzione da congelamento: tiro fuori la calzamaglia di lana dal cassettone della nonna, faccio un paio di giri alla sciarpa formato extra large, infilo i guanti foderati di coniglio, il cappello da zarina, il piumino con doppia imbottitura ed esco di casa con movimenti impacciati e l’animo ricolmo di bontà. Ma quando arrivo sulla piazza della Basilica, al posto di immergermi in un clima fiabesco di luci e canzoncine di Natale mi ritrovo in una santabarbara di fumi e vapori: la maggior parte delle casette non ospitano oggetti di artigianato locale o souvenir a tema natalizio ma cibo di ogni genere e tipo, cucinato sul momento. Ci sono pentoloni fumanti con zuppe in ebollizione, griglie di salsicce, hamburger e polli indiavolati, catini di vino cotto, enormi pesci del lago Balaton inchiodati per l’affumicatura, salumi e formaggi, teglie di spezzatino alla paprika, padelloni di goulash che viene servito direttamente nella pagnotta scavata dalla mollica, montagne di dolci e torte kosher multistrato, decine di metri di strudel, ciambelle, frittelle e decilitri di cioccolata calda. C’è perfino un fabbro con fucina, incudine e martello, che forgia i suoi manufatti davanti agli occhi dei passanti, contribuendo ad aumentare l’atmosfera da inferno dantesco. Le poche bancarelle di articoli natalizi sono strette nella morsa delle tavolate di gente che mangia e beve noncurante della temperatura siderale – forse in questo i fiumi di pálinka che vengono consumati aiutano, ma sono solo le undici del mattino! Come fanno ad avere voglia di mangiare all’aperto con questo freddo? Mi rendo conto che non riuscirò mai a fare mie certe abitudini, e mentre questi pensieri – insieme al principio di congelamento degli arti inferiori – mi fanno accarezzare l’idea di tornare a casa, all’improvviso tra gli effluvi maleodoranti scorgo una scritta: “Piadina romagnola – the original one” Che meraviglia! Le quattro chiacchiere con il titolare dall’accento inconfondibile mi rimettono al mondo. E mi ritrovo anch’io, a tre gradi sotto zero, a Budapest, a mangiare per strada una piadina romagnola. Torno a casa con la pancia piena, il cuore caldo e un sorriso sulla faccia: nella vita non si può mai dire, davvero tutto è possibile!  

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Le scelte di base

All’inizio della scorsa estate, nella mia fresca casa romana, cercavo di scegliere la mia futura casa di Budapest. La casa di Roma è fresca non grazie all’aria condizionata – che pure abbiamo fatto installare ma non abbiamo mai utilizzato – ma perché è stata costruita nel ventennio fascista con dei muri portanti spessi quasi un metro. I solai, invece, sono sottilissimi, tremano al passaggio, e hanno avuto bisogno di vari interventi nel corso degli anni per evitare sfondamenti – che pure ci sono stati, ma questa è un’altra storia. Quello che più contava, all’epoca, era l’immagine di solidità e potenza che doveva dare un edificio costruito dal Fascio, a maggior ragione se serviva alla causa populista: con una grande cerimonia il Duce in persona, nel Natale del 1927, concesse in dono i diciotto appartamenti di queste tre palazzine popolari in zona Monte Mario alle famiglie numerose. Famiglie che dovevano avere più di dieci figli. Per questo motivo la casa è grande, con molte camere da letto, una cucina a dir poco spaziosa e dotata – cosa davvero insolita in città – di un largo camino. Comodamente seduta a casa mia cercavo, insomma, di scegliere la casa di Budapest. Gli elementi su cui basare la scelta erano pochissimi: la posizione dell’ufficio, della scuola dei bambini, del centro storico. Le informazioni che avevamo sui vari quartieri erano quasi nulle, ma sapevamo che gli stranieri avevano scelto all’unanimità di vivere a Buda, nella parte collinare della città. Ora, malgrado non avessi mai visto la città, una cosa da subito mi era apparsa chiara: in un paese freddo, che rimane sotto la neve almeno due mesi all’anno, dove la primavera è breve e l’estate dura un battito di ciglia, che senso ha vivere in collina in una casa isolata con il giardino? Andando assolutamente controcorrente ho scelto un appartamento a Pest, nella zona della città che fino alla fine dell’Ottocento si allagava ad ogni piena del Danubio. Niente giardino, niente balconi, vicini ungheresi, negozi sotto casa e metropolitana ad un tiro di schioppo. Quando ci siamo trasferiti, già dopo alcune settimane, ho sentito di aver fatto la scelta giusta: mi sento al sicuro, il quartiere brulica di vita, mi muovo sempre senza macchina, ho tutti i negozi a disposizione e se voglio andare sulle colline di Buda la vivo quasi come una gita fuoriporta – ci sono boschi, una funicolare e perfino due piste da sci! E con l’arrivo dell’inverno  – un po’ mi vergogno a dirlo – devo ammettere che in varie occasioni ho trattenuto una perfida risatina alla Muttley (Wacky Races, Penelope PitStop … ricordate?) quando mi raccontavano che con la pioggia tutto il seminterrato della villetta si era allagato, che con il peso del ghiaccio sui rami alcuni alberi del giardino erano caduti (per fortuna senza vittime), che la mattina si deve spalare la neve dal vialetto per tirare fuori la macchina dal garage, che non sempre si riesce ad arrivare a scuola o in ufficio perché lo spargi sale ancora non è passato e la strada per scendere dalla collina è una lastra di ghiaccio. Forse quando arriverà la bella stagione invidierò chi può prendere il sole in giardino o fare un bel barbecue dietro casa, ma non importa: per allora io spero di essere a fare una partita di pallone con i bambini a Villa Pamphilj, a mangiare una grattachecca a Trastevere o a prendere il sole in una spiaggia di Maccarese.

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Persone eccezionali

Avevo le lacrime agli occhi. Le sue parole mi vibravano dentro nel profondo e non riuscivo a trattenere la commozione. Non mi era mai capitato di incontrare un uomo così magnetico. Il suono della sua voce era caldo e rassicurante. Parlando muoveva le mani nodose con lenti movimenti ipnotici. Un uomo con un fascino eccezionale. Imre Varga, il maggiore scultore ungherese vivente. Ho avuto la fortuna di incontrarlo durante una visita del suo museo personale: ci ha concesso un colloquio, anche se a causa della sua età avanzata (91 anni!) ci siamo potuti trattenere con lui solo alcuni minuti. Sapendo quanto era anziano, mai mi sarei aspettata di incontrare un uomo così lucido, così efficace nell’esprimere il suo pensiero, così fluido nel parlare inglese. Un uomo che arriva alla sua età ed è ancora in grado di parlare lucidamente ha una quantità impressionante di cose da raccontare. La sua lunga vita, le guerre, le dittature; il suo lavoro, gli incontri, le mostre; il suo pensiero, la sua esperienza, le sue idee. Ogni frase che diceva mi rimaneva scolpita dentro. Alla fine dell’incontro si è offerto di rispondere ad alcune domande. Aveva raccontato di aver ricevuto l’incarico di decorare la cappella degli ungheresi nella Basilica di San Pietro e di esserci stato per la cerimonia di inaugurazione. Dopo qualche attimo di esitazione gli ho chiesto cosa avesse provato nel vedere di persona la Pietà di Michelangelo. Ha fatto un respiro profondo, ha riflettuto qualche secondo, forse per ricordare, forse per raccogliere le idee. Poi le sue parole sono uscite lente e chiare, precise, scandite, lontane l’una dall’altra come se avessero bisogno di spazio a causa di tutto il loro peso. “Veda”, mi ha detto, “nella vita bisogna fare attenzione, perché ci sono tanti Michelangelo intorno a noi, in effetti ci può essere un Michelangelo in ognuno di noi, e dobbiamo avere gli occhi per vederlo”.

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Vivere di rendita

L’ho intravisto per strada, da lontano, e mi sembrava proprio lui. Mi sono avvicinata per guardare meglio: era proprio lui! Mi guardava dallo scaffale della vetrina con la sua faccia tonda, barbuta, e gli occhi piccoli socchiusi da un sorriso appena accennato. Bud Spencer ha scritto un libro! Un’autobiografia – suppongo – ma è impossibile decifrare il titolo in ungherese. Nella vetrina della libreria sono esposte molte copie in bell’ordine, con la sua foto a piena copertina e poster promozionali che tappezzano le pareti. Che ci fa un libro di Bud Spencer a Budapest? La domanda rimane sospesa nell’aria e proseguo la mia passeggiata di esplorazione in una zona della città dove ancora non ero mai stata. Un altro negozio attira la mia attenzione: un rivenditore di videocassette e dvd. Non so bene perché sono entrata – non troverò mai film in italiano, né probabilmente in inglese. E anche qui, tra gli scaffali, all’improvviso rispunta il faccione barbuto. Non sapevo neanche che avesse girato tanti film! Bud Spencer nei panni di un allenatore, di un rugbista e, ovviamente, in coppia con Terence Hill: una tale quantità di film da riempire tutto lo scaffale. Come si spiega il successo ungherese di questo attore nostrano? La domanda ancora rimane sospesa nell’aria, mentre nello stomaco rispunta un vago orgoglio nazionale, che all’estero si alimenta anche per dettagli come questo, di poco valore ma che scioccamente ti fanno star bene. Qualche giorno dopo una chiacchierata con una signora ungherese mi ha svelato finalmente la chiave di lettura: Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, è stato un grande campione di nuoto e pallanuoto. Poiché in Ungheria la pallanuoto è uno sport molto seguito, il nostro era già famoso in terra magiara, e questo ha facilitato il successo dei suoi film e, ancora oggi, del suo libro. Ma Bud Spencer è stato campione di nuoto negli anni ’50, se non è questo vivere di rendita!

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Atmosfere del passato

Vivere a Budapest a volte è come fare un viaggio indietro nel tempo. Alcune botteghe hanno un sapore antico: i barbieri, per esempio, o i negozi di abiti di seconda mano. Ma quello che amo di più è l’artigiano delle parrucche dietro al teatro dell’opera. La sua bottega è piena di parrucche in esposizione, alcune comuni, alcune eccentriche, alcune artistiche: piegato sotto la luce della lampada, circondato dai suoi attrezzi, passa tutto il giorno a cucire, ciocca per ciocca, parrucche per ogni occasione. Mi piacerebbe tanto riuscire a scambiare due parole con lui, ma invece i nostri incontri si limitano a qualche sguardo ammirato, qualche sorriso e molti silenzi. Un’altra curiosa bottega è quella vicino alla grande sinagoga, che vende gli oggetti fatti con il crine di maiale – perché qui, ancora, del maiale non si butta via niente. In vetrina ci sono pennelli, spazzole per i capelli, scovolini, scope, pennelli da barba, spazzole per cappotti, pennellesse, spazzole da scarpe. Oltre a queste botteghe tanti piccoli dettagli, tanti particolari che noto, mi riportano indietro nel tempo. Provo a fare un elenco in ordine sparso: l’uovo di legno per rammendare i calzini, il piano mezzanino, il salvadanaio di coccio a forma di maialino, l’obliteratrice a molla, il rullo per lucidare le scarpe nel corridoio dell’albergo, i giocattolini di latta, le radio di radica, la scala di servizio nei palazzi privati, i filobus, le calze coprenti colorate, i pettini di osso, le imposte di legno, i dvd di Linea – l’omino sempre arrabbiato con il suo disegnatore – gli abbaini, l’attrezzo per fare gli hamburgers con la carne macinata, il gabbiotto di legno del bigliettaio, gli scivoli per il carbone, le tele stampate da ricamare con la lana, il guardaroba nei cinema, i lampioni in ferro battuto, i lavavetri per le vetrine dei negozi, la funicolare. Questi particolari danno a Budapest un’atmosfera d’altri tempi e devo dire che, per quanto riguarda i dettagli architettonici e di arredo urbano, grazie anche ad un diffuso senso per il bello, le cose antiche vengono rigorosamente mantenute e preservate – anche con il contributo dei singoli – a beneficio di tutti.

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Un servizio completo

A Budapest se sei bello, ricco e vuoi tenerti in forma la Oxigen Naphegy è il posto giusto per te. La palestra più alla moda della città. Una struttura moderna con ampie vetrate, immersa nel verde di un parco pubblico, con vista panoramica sul palazzo reale. L’ingresso ricorda quello di un albergo, con tre ragazze giovani, carine e rigorosamente sorridenti che ti accolgono nelle loro magliette attillate, registrano la tua presenza e ti forniscono l’occorrente per un piacevole soggiorno all’interno della struttura. Che cosa desideri fare oggi? I servizi offerti sono tanti, perché qui non si viene solo per faticare, ma per prendersi cura del proprio corpo a trecentosessanta gradi. C’è il bar, nella sala degli attrezzi, perché potresti avere bisogno di una bevanda energetica tra un tapis roulant e una cyclette, o per concordare il piano di allenamento con il personal trainer davanti ad un drink. Per placare l’appetito dello sportivo, c’è anche un elegante ristorante al pian terreno. Insalatine e prodotti dietetici, ci si potrebbe legittimamente aspettare, e invece fegato d’oca e hamburger con patatine fritte, per vanificare in un attimo tutti gli sforzi ed assicurare, nello stesso tempo, un duraturo rapporto con il cliente. Vuoi fare ginnastica o preferisci farti una nuotata? Forse vuoi accedere alla zona wellness per un massaggio o un trattamento di bellezza? Vieni alla nostra festa di carnevale in costume da bagno e mascherina piumata? Le signorine della reception si informano solerti. Dopo la lezione di spinning sarai sicuramente in disordine: vuoi prenotare il parrucchiere? La manicure? Se lo desideri c’è anche il podologo, il dentista ed il chirurgo estetico. Tutto a disposizione nella stessa struttura! Perché sorprendersi? Siamo nel paese in cui puoi essere ricoverato in un centro commerciale – al piano che ospita la clinica privata – e puoi fare un’otturazione per strada, in uno dei negozi con l’insegna a forma di molare. Ma tornando alla nostra lussuosissima palestra, che previene tutti i tuoi bisogni, non devi rinunciare solo perché non sai a chi lasciare i bambini: c’è la stanza dedicata a loro, con una bambinaia sempre a disposizione. E mentre i tuoi pargoli disegneranno con lei una bella casetta sulla collina, il chirurgo plastico traccerà sul tuo viso i segni del nuovo profilo e sul tuo corpo ben altre colline.

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Le parole al vento

Il Festival del Cinema Italiano. Che meraviglia! Per una intera settimana film di Paolo Virzì, Carlo Vanzina, il mio amatissimo Pif, Alice Rohrwacher ed altri proiettati in due sale cinematografiche in versione originale, con i sottotitoli in ungherese. Assolutamente da non perdere! Con l’emozione dell’emigrata ho sfogliato il programma e scelto i film che volevo andare a vedere. Cena preparata, baby sitter istruita, mi avvio verso il cinema la prima sera con un sorriso incomprimibile, pregustando uno dei film più spassosi dell’anno: Smetto quando voglio di Sydney Sibilia. Inaspettatamente, la fila al botteghino è oceanica e per quando arriva il mio turno i biglietti sono esauriti. Che delusione! Mai mi sarei aspettata che il Festival avesse tanto seguito; ero convinta che fosse per pochi nostalgici italiani. Torno a casa rammaricata, ma tenacemente riformulo l’organizzazione complessiva per la sera successiva. Trascorro tuttavia una notte agitata, non per la serata andata all’aria ma per un attacco da parte di virus magiari che i miei impreparati anticorpi faticosamente cercano di contrastare. Ed alla fine soccombono. Una violenta influenza mi costringe a casa per il resto della settimana e il Festival finisce così. Dopo qualche tempo, durante una cena, chiacchieravo con un giornalista televisivo ungherese, che parla perfettamente italiano, uomo brillante e di grande cultura. Per inciso, raccontando di quando faceva il traduttore simultaneo per un ministro ungherese si è messo a recitare Dante a memoria: Fatti non foste a viver come bruti …. Ma veniamo a noi: quando gli ho raccontato di non essere riuscita a vedere il film di Sibilia, mi ha detto che un suo amico lavora per la società che ha curato i sottotitoli dei film del Festival e forse poteva fare qualcosa. Da italiana, con anni di esperienza circa le parole buttate al vento – dette per pavoneggiarsi ma senza nessuna sostanza concreta alle spalle – ho quasi subito dimenticato questa promessa. Sono ormai abituata, mio malgrado, a non dare peso a certe frasi, dette per riempire conversazioni tra conoscenti, per farsi belli, o semplicemente per leggerezza. Io che sono naturalmente portata a credere a tutto quello che mi dicono – e a dare grande peso alle parole – ormai ho trovato nel cercare di dimenticarle velocemente una buona arma di difesa contro le delusioni. Un paio di giorni dopo, invece, ho il film a casa, su dvd, nella versione utilizzata per la scrittura dei sottotitoli. Il giornalista aveva chiamato il suo amico per assicurarsi che avesse ancora il film, si era fatto fare una copia, era andato a prenderla, aveva chiamato mio marito – perché contattare direttamente me sarebbe stato inappropriato, che classe! – ed era passato in ufficio a portargli il dvd. Ho passato una bellissima serata, con grasse risate, grazie ad un uomo gentile, che conosce il valore delle parole.

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I baffi della tradizione

Lajos Kossuth, il padre della democrazia ungherese, portava una barba simile a quella di Abramo Lincoln, ma con il mento più scoperto e l’aggiunta di un baffo virile. Dopo il fallimento della rivolta ungherese contro l’impero asburgico del 1848, portare una barba simile rappresentava una dichiarazione politica di appoggio alla causa magiara. Dall’altra parte, i sostenitori dell’impero potevano optare per una barba alla Francesco Giuseppe, con le basette folte che corrono fino al labbro superiore, fondendosi con baffi imponenti, ed il mento e il collo completamente rasati. Sono questi solo due esempi della lunga tradizione che viene ancora oggi coltivata in Ungheria, facendola piazzare sempre ai primi posti nei campionati di Barba e Baffi che si svolgono a livello mondiale ogni due anni. E’ facile trovarne esemplari virilmente scultorei tra i danzatori dei gruppi folkloristici: baffi dalle forme estreme e bizzarre, pettinati e impomatati con grande cura, che vengono portati con orgoglio nazionalistico e una forte dose di sana, robusta autoironia.

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Expat

Expat è il termine coniato nel ventunesimo secolo per indicare una nuova categoria di migranti. Deriva dall’inglese expatriate – espatriato, ma anche esiliato, deportato – e viene comunemente utilizzato per indicare i lavoratori delle società multinazionali che ricoprono all’estero incarichi di alto livello. Sono una conseguenza necessaria ed inevitabile della globalizzazione. Necessaria perché non sempre dove ci sono le materie prime ci sono anche le competenze umane, ed inevitabile perché le multinazionali hanno bisogno di persone di fiducia che curino i loro interessi anche nell’angolo più remoto del mondo. Ecco allora il Ceo greco di Coca Cola in Bulgaria, il General Manager colombiano di Philip Morris in Messico, il CFO giapponese di Sony in Brasile, il Managing Director sardo di Vodafone in Inghilterra, il Country Manager portoghese di Bunge in Italia. Questi i precedenti incarichi di alcune delle persone che ho conosciuto e che vivono adesso in Ungheria. E’ solo un breve elenco, eppure già sembra una follia, una cosa disumana. La diffusione dell’inglese come lingua universale, la facilità degli spostamenti, la rapidità della circolazione delle informazioni lo hanno reso possibile e addirittura conveniente da un punto di vista economico. E’ anche sostenibile da un punto di vista umano? Ancora non lo so. Affido il mio giudizio a chi vive questa vita da più anni di me e sembra considerarla soddisfacente. Sicuramente l’uomo sa adattarsi ad ogni situazione, e devo ammettere che rispetto ad altre categorie di migranti, di oggi e del secolo scorso, semplicemente non c’è paragone, perché il contratto dell’expat è molto ricco e prevede una serie infinita di benefici: la casa, la macchina, l’assicurazione sanitaria per tutta la famiglia, la scuola dei bambini. E se non dovesse essere sufficiente, anche i viaggi per tornare nel paese di origine, i corsi di lingua, l’iscrizione ai club sportivi e perfino la fornitura di generi alimentari. Benefici che dovrebbero compensare i sacrifici, anche del partner dell’expat, che rinuncia allo sviluppo di un’autonoma carriera professionale. Il fatto che questi contratti siano così ricchi, tuttavia, conferma i miei dubbi: lo sforzo cui ci si sottopone abbandonando la propria casa, la propria famiglia, i propri affetti e andando a vivere lontano è pesantissimo. Nel caso dei migranti tradizionali – mi verrebbe da dire ‘veri’ – viene compiuto con la forza della disperazione e con la speranza della sopravvivenza. Nel caso dell’expat con il desiderio di rompere argini che sembrano diventati troppo stretti, lo spirito di avventura, la prospettiva di un miglioramento per sé ed i propri figli. Ma per tutti, indifferentemente, rimane la nostalgia delle strade dove si è cresciuti, dei sapori conosciuti, delle consuetudini familiari e la tristezza, il rammarico per non aver trovato spazio alle proprie legittime aspirazioni di vita – siano esse di mera sopravvivenza o più effimera realizzazione – nel paese di origine. In quella che ci viene da chiamare casa. Ma per quanto ancora?


 
 
Quattro donne

Una turca, una spagnola, una costaricense e un’italiana stanno ferme in mezzo alla strada guardando attonite una macchina parcheggiata. Quattro donne in mezzo alla strada. Accigliate, guardano l’elegante Audi A6 cercando di capire. La macchina è parcheggiata dentro le strisce, il parcheggio è stato pagato e non è ancora scaduto, non siamo in curva, non c’è la ruota sul marciapiede, non c’è semaforo né strisce pedonali. Non ci sono segnalazioni o divieti visibili. Perché allora queste ganasce? Le quattro donne stazionano in mezzo alla strada, osservando le rosse tenaglie, incapaci di reagire. Poi la turca rompe gli indugi e chiama il numero indicato sulla ganascia: l’operatore dall’altra parte ripete più volte e con voce sempre più alterata frasi incomprensibili, in ungherese, e alla fine riaggancia. Che fare? L’aiuto arriva insperato dalla vecchietta con passo tremante che si ferma a guardare la scena: chi se lo sarebbe mai aspettato che conosce l’inglese? Gentilmente fa la telefonata per noi, e ci rassicura che verranno i vigili a liberare la macchina entro breve. L’attesa tanto breve non è, ma poco importa: siamo nel quartiere multietnico di Budapest e tra l’emporio dei cinesi e il barbiere africano c’è un Török Etterem Kebab dove compriamo un ottimo panino arrotolato. Arrivano i vigili, le ganasce vengono tolte, la multa pagata e veniamo lasciate andare, non senza aver fatto le nostre rimostranze per la sproporzione del provvedimento. Purtroppo per un attimo ho abbassato la guardia, dimenticandomi di vivere in un paese dove le regole vanno rispettate, sempre. Non c’è spazio per l’interpretazione, per le giustificazioni. La legge è uguale per tutti, senza scuse, senza eccezioni. Bello. Giusto. Rassicurante. Non siamo in Italia. Non siamo a Roma. Perciò ricordati sempre che se vedi un posto per parcheggiare dall’altra parte della strada non ti devi far prendere dall’ansia che tra un attimo verrà occupato, non ti ci puoi fiondare direttamente, anche se la linea di mezzeria non è continua; devi arrivare in fondo alla strada, attraversare l’incrocio, girare dove è possibile, aspettare al semaforo, tornare indietro e parcheggiare con il muso della macchina rivolto nel giusto senso di marcia. Altrimenti, ganasce.

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Il nuovo anno scolastico

Nel sistema scolastico britannico le classi cambiano insegnante quando passano da un anno a quello successivo. Gli insegnanti, quindi, insegnano ogni anno le stesse cose a bambini della stessa fascia di età, ma ogni volta diversi. Mi sembra un buon sistema, che permette ai maestri di specializzarsi e ai bambini di misurarsi con metodi nuovi – e magari più congeniali – ad ogni nuovo inizio. Per loro non è un completo stravolgimento, perché i compagni di classe rimangono gli stessi e seguono tutti insieme il cambiamento. Cambiamento nel quale io personalmente, quest’anno, ci ho perso davvero. Ahimé ho perso il mio Big Gym (o quello biondo era Ken?). Andare a scuola a prendere i miei figli, l’anno scorso, era un piacere anche grazie a lui: surfista australiano e giocatore di rugby, biondo cenere con gli occhi azzurri, fisico da marines e ottimo insegnante! La sua classe era sempre quella con il maggior numero di mamme in premurosa e sorridente attesa dei pargoli, chissà perché. I bambini lo adoravano, soprattutto i maschi: le lezioni erano dinamiche, condite con esperimenti pratici, verifiche sul campo, competizioni ed esperimenti. Per fare un esempio, quando hanno studiato la preistoria, sono andati a scavare in un parco alla ricerca dei fossili che nottetempo il maestro aveva provveduto a sotterrare. Le tabelline sono state imparate per vincere un torneo a squadre che è durato tutto l’anno. Il mio Big Gym era davvero un insegnante brillante, e in più lo spettacolo di quei tricipiti ogni mattina faceva l’effetto di un doppio caffè. Adesso, purtroppo, mi tocca un inglese alto e pingue, col faccione di luna piena e il passo dondolante dell’orso Yogi …. What a pitty!
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Ciak, si gira!

A Budapest non c’è traffico. Il sistema dei trasporti pubblici è capillare, puntuale ed economico, mentre la macchina è costosa perché i parcheggi sono tutti rigorosamente a pagamento. La gente, quindi, si sposta con i mezzi pubblici, o in bicicletta, o con il monopattino – anche elettrico. A Budapest, quindi, non c’è mai traffico, mai, tranne quando stanno girando qualcosa. L’altra mattina, per esempio, mi sono ritrovata imbottigliata in una fila interminabile che mi ha fatto fare tardi ad un appuntamento – cosa che mi innervosisce qui più che altrove, perché mi sto impegnando con costanza e determinazione a non alimentare il luogo comune della poca puntualità degli italiani. Ho scoperto dopo qualche giorno che stanno realizzando un nuovo capitolo delle avventure di Mr. Bean e la strada che porta al Parlamento – rimasta bloccata per ore – era il set di un rocambolesco inseguimento. L’industria cinematografica sembra essere molto sviluppata a Budapest, e non solo per le produzioni hard, ma anche per le serie televisive, le pubblicità, i video musicali. Qui si trovano palazzi con architetture e stili diversi, che sono perfetti per creare qualunque tipo di ambientazione. Ho assistito alle riprese in stile bollywood anche nel palazzo di fronte al mio, che ha un bellissimo ingresso con una scalinata molto scenografica. E che dire della folla elegante che mi ha circondato una mattina per strada – le signore in abito lungo e gli uomini in smoking? Comparse, che uscivano dal trucco e si affrettavano per una scena da girare al teatro dell’Opera. Viene registrata qui anche la pubblicità del Mulino Bianco, quella con il sexy mugnaio del quale Crozza fa la parodia in uno dei suoi sketch più divertenti. Me lo ha detto un’amica che lavora nella Spa del Four Seasons Hotel Gresham, dove scende sempre Banderas. A proposito di alberghi, la facciata di Grand Budapest Hotel, il film che tanto successo ha avuto al Festival di Berlino l’anno scorso, è quella dell’Hotel Corinthia, uno degli alberghi più eleganti della korut (la strada che delimita il centro storico). Ci sono anche produzioni italiane: il video di Mi fido di te di Jovanotti è ambientato per le strade e nella metropolitana di Budapest; Pierfrancesco Favino la scorsa primavera è stato visto più volte all’aeroporto, ma non so a che cosa stesse lavorando; Malika Ayane ha girato il suo Senza fare sul serio qui. “Si svolge tutto in una camera d’albergo, come mai siete andati a Budapest?” è stata la domanda della giornalista nell’intervista radiofonica. “Perché ci sono le competenze tecniche, le location d’effetto e i costi di produzione sono molto bassi”. Ecco la spiegazione. E questo per la città è una grande ricchezza: significa pubblicità, soldi, lavoro. Ne sa qualcosa la signora che mi aiuta in casa con le faccende domestiche. Appena ha finito da me scappa via: ci sono decine di appartamenti da riassettare, ogni giorno, ogni settimana, ad ogni nuova produzione.
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I rifugiati siriani – L’emergenza

L’emergenza dei rifugiati a Budapest è stata riportata dai notiziari italiani con grande clamore, come se la città fosse stretta d’assedio. Spinti da questi toni allarmisti, molti amici e parenti ci hanno perfino telefonato, per ricevere rassicurazioni sulla nostra incolumità. In realtà la folla dei disperati che in pochi giorni è arrivata in città è stata rigorosamente contenuta – per non dire segregata – nell’area delle stazioni di arrivo, principalmente Nyugati e Keleti. Il primo ministro ungherese mette da sempre al primo posto l’ordine pubblico e la sicurezza (soprattutto a beneficio del turismo) e non si è fatto scrupolo di usare i lacrimogeni per dare un segnale chiaro ai rifugiati. Si dice anche che abbia manovrato la fiumana umana che premeva sul confine, con l’apertura controllata dei varchi lungo il tanto criticato muro in costruzione, per dimostrare la gravità dell’emergenza. Da sola la povera Ungheria non avrebbe mai potuto farvi fronte! Come fermare, poi, l’esodo umano che spontaneamente ha preso la strada della ricca Europa? Austria, Inghilterra, Germania, paesi pieni di risorse, che sicuramente sapranno meglio gestire l’identificazione, l’accoglienza e l’integrazione. Perché ostacolare la legittima aspirazione dei rifugiati di raggiungerli? Ecco quindi predisposti rapidamente i treni: il carico umano viene ordinatamente spedito altrove. Il muro è ultimato. La barriera è stata creata. Il consenso politico interno è rimasto elevato. Le stazioni sono tornate alla normalità. L’emergenza è risolta. Pulito. Razionale. Organizzato. Ungherese.
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I rifugiati siriani – Le conseguenze

Nei giorni dell’emergenza le mamme della scuola hanno organizzato una raccolta di generi alimentari, acqua, latte, coperte, vestiti e giocattoli per dare un piccolo aiuto alle migliaia di famiglie di disperati che stipavano le stazioni. La scuola conta circa settecento bambini ed è stato sufficiente che ciascuno di essi aprisse il frigorifero, la dispensa o l’armadio per trovare qualcosa da donare: nel giro di due giorni è stata raccolta una quantità sorprendente di roba. Il tutto è stato suddiviso, catalogato e distribuito, anche con l’aiuto dei bambini che hanno imparato un po’ di educazione civica – e umanitaria – sul campo. Dopo qualche giorno, mentre stavamo prendendo accordi per una seconda raccolta, è arrivata una comunicazione ufficiale che chiedeva di astenersi, in quanto la scuola – privata inglese – non voleva prendere posizione nella disputa politica che stava montando a livello internazionale sul trattamento dei profughi siriani. Qualcuno ha continuato a contribuire privatamente, ma è ovvio che la portata dell’aiuto che era stato organizzato a livello di scuola era ben altro. Non se ne è fatto più niente. Finita la solidarietà. Finito l’impegno civile. A dicembre, poi, c’è stato il primo allarme bomba. Una telefonata anonima ha avvisato che nel giubbino di uno dei bambini era nascosto dell’esplosivo. La scuola è stata evacuata, i bambini sono stati perquisiti e portati nel campo da calcio in maglietta e pantaloni, dove sono rimasti per circa due ore a 3 gradi sotto zero; la collina della scuola è stata circondata da polizia e mezzi blindati che hanno creato un perimetro di sicurezza bloccato al traffico; le forze speciali hanno ispezionato l’edificio con i cani per ore. I miei bimbi erano lì e non ho respirato bene fino a quando non li ho avuti di nuovo con me. Si è tornati alla normalità solo nel primo pomeriggio, se di normalità si può parlare dopo aver maturato l’esperienza della vulnerabilità nostra e dei nostri bambini. L’esplosivo non è stato trovato e quindi per un po’ abbiamo avuto speranza che si fosse trattato di un brutto scherzo, ma a gennaio un nuovo allarme bomba ha chiarito ogni dubbio: molte scuole britanniche in varie parti del mondo hanno ricevuto la stessa minaccia, nello stesso giorno. Un attacco contro l’Inghilterra, dunque, per la posizione assunta nella questione siriana. Altra evacuazione, trambusto, preoccupazione. Le misure di sicurezza della scuola sono state aumentate: ora si entra con un badge, non si possono portare borse voluminose e stanno anche valutando di montare i metal detector agli ingressi. Cosa fare con i bambini? Spostarli in un’altra scuola? Chi può assicurare che la scuola americana non verrà in qualche modo minacciata? Nel mezzo di queste valutazioni, a febbraio, un nuovo allarme bomba mette alla prova i nervi dei genitori che cominciano a dare segni di cedimento. Ora tutti sono concentrati su recinzioni, piani segreti di evacuazione, tecniche per rintracciare telefonate anonime, strategie per il recupero rapido dei bambini, sostegno psicologico per quelli che stanno maturando insicurezze e fobie, e cosi’ via. E rimpiango quel breve periodo in cui, in modo piu’ semplice e naturale – istintivo, direi – si pensava soltanto a come raccogliere qualche oggetto di vita normale, uno spazzolino, un sapone o un po’ di latte da dare a quei bambini che, abbracciati alla loro mamme, vengono portati incontro ad un futuro migliore.
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Tra il serio e il faceto

Il 15 marzo è la festa della libertà in Ungheria. Si ricordano i moti del 1848 quando il Paese proclamo’ l’indipendenza dall’Austria e per circa un anno ebbe un governo autonomo. Uno dei leader del movimento indipendentista, Lajos Kossuth, venne poi esiliato in Italia dove continuo’ a lavorare per la causa ungherese cercando consenso e appoggi politici. Viaggio’ molto in Italia, tenendo discorsi e conferenze, fin quando non fini’ i suoi giorni a Torino. Il suo nome ha attirato la mia attenzione perché mia sorella vive a Brescia in una piazza dedicata a lui. Che strana coincidenza. Prima di trasferirmi qui ero convinta che quel Kossuth fosse un un nome turco, pensa che ignoranza! D’altronde quanto poco sappiamo in Italia dell’Ungheria? E invece quanto erano vicini i due Paesi nei secoli scorsi. A metà del Settecento fu il principe Eugenio di Savoia che caccio’ definitivamente i turchi dal regno di Ungheria mettendo fine a 150 anni di dominio ottomano. E che dire dell’ungherese Illy nato a Temesvàr – Timisoara quando ancora non era Romania – ? Emigrato a Trieste ha creato l’azienda di ‘nero’ piu’ famosa al mondo. Forse si deve a lui il fatto che in Ungheria in tutti i bar il menu’ dedicato al caffè sia sempre in italiano: caffè, caffelatte, lattemacchiato. All’inizio mi sembrava davvero strano vedere tante parole italiane in mezzo a tutti quei caratteri incomprensibili. Ora lo trovo estremamente rassicurante: almeno una parola riusciro’ a pronunciarla bene quando diro’ “Jó reggelt, szeretnék egy cappuccino kérem, köszönöm szépen”. Non so se mi spiego.
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Gli echi della Expo

La moglie dell’ambasciatore spagnolo in Ungheria è una signora venezuelana simpatica e gentile, a metà tra la schiettezza di una popolana e la discrezione di una nobildonna. Ci siamo fatte un sacco di risate in una serata ufficiale molto formale organizzata nel castello Ullei-Revicsky per la presentazione del padiglione ungherese alla Expo di Milano. Dopo l’aperitivo di benvenuto, lo spettacolo di danze folkloristiche, l’intervento di presentazione della contessa padrona di casa – per così dire – e l’esibizione del virtuoso di violino, il maggiordomo ha annunciato la cena aprendo le porte della sala da pranzo. Un lungo tavolo apparecchiato con una tovaglia ricamata donata dalla regina d’Italia Margherita al padre della contessa – diplomatico e politico del secolo scorso – piatti di ceramica decorati a mano, candelabri d’argento e al centro un’ antica zuppiera di cristallo dono dello Zar di Russia. Il contesto era sontuoso. La contessa aveva anche ideato un simpatico sorteggio per risolvere il problema di come disporre i posti a sedere: purtroppo per me, ero capitata tra il filosofo ungherese barbuto e panzone nominato commissario generale per ExpoMilano (ma non era un evento di business, che c’azzecca un filosofo?) e il funzionario governativo che parlava solo magiaro. Meno male che di fronte avevo lei, spumeggiante, sorridente e chiacchierona. Dunque al diavolo l’etichetta, abbiamo parlato lungamente in spagnolo escludendo i nostri vicini dalla conversazione. La serata seriosa, che devo dire al momento della palinka si era fatta anche meno affettata, è scivolata via piacevolmente. E sulla strada del ritorno dal castello la sensazione di stupore era ancora molto forte: chi lo avrebbe mai detto che un giorno saremmo stati qui, nelle campagne ungheresi, in un palazzo nobiliare, in una serata scortata dalla polizia, con questo genere di compagnia? Cose davvero inusuali, che ci sta regalando questa terra, questa scelta che abbiamo fatto. Cose che accadono una volta nella vita, ma anche mai… e meno male! Chi la reggerebbe un’altra Expo?
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Pottery

Un inno di Leonard Cohen recita: ‘There is a crack in everything. That’s how the light gets in’. Cercando la strada per far entrare la luce, sono arrivata a Zsámbék, un paesino della campagna ungherese, povero ma curato, cresciuto intorno ai ruderi di una cattedrale medievale. In paese c’è una grande casa, una specie di istituto, un rifugio, un parcheggio diurno – come lo si può chiamare? – Un posto dove madri che hanno avuto più coraggio di me, o non hanno avuto scelta, possono lasciare i loro figli mentre sono al lavoro, o ad occuparsi di altre faccende quotidiane. Alcune decine di ragazzi e adulti passano lì le loro giornate diverse e un manipolo di donne provvidenti organizza le loro attività: la ginnastica, i giochi di società, le letture, i programmi televisivi, il pranzo, e i laboratori di ceramica. Questi ultimi hanno decisamente attirato la mia attenzione. Ho attraversato i corridoi dell’istituto senza sapere bene dove volgere gli occhi per evitare gli sguardi insistenti e le mani tese, e sono arrivata nella stanza adibita a laboratorio. E’ stato un sollievo e al contempo una vera sorpresa: i pezzi che producono questi ragazzi sono belli, molto belli, come se il corto circuito della mente si traducesse in straordinarie capacità manuali. C’è uno stanzino pieno di scaffali carichi di oggetti finiti, vasi, brocche, cornici, posaceneri, tazze e tazzine, piatti, vassoi, portatovaglioli, poggiamestoli, e ancora, croci, calamite da frigo, decorazioni, specchi, scatoline. Oggetti che vengono prodotti semplicemente per mantenere i ragazzi occupati, senza alcun tipo di sbocco commerciale. Non c’è modo di trasportarli in città, non c’è nessuno che possa occuparsi di venderli. Mi sembra impossibile che vengano inutilmente accumulati e mi offro io di smaltirne un po’: in ungherese, a gesti, ci capiamo e ci mettiamo d’accordo. Mi è venuto in mente, infatti, che alla scuola dei miei figli organizzano ogni anno una feria durante la quale vari espositori vendono la propria merce: quando torno in città contatto i responsabili e chiedo di avere un tavolo. Un paio di giorni prima della feria torno al paese, carico otto casse di oggetti – avete idea di quanto pesa la ceramica? Porto tutto a casa e prezzo i pezzi. Porto tutto a scuola e allestisco il mio tavolo. In una mattina, dalle 10 alle 13, vendo tutto quello che riesco. Alla fine della giornata carico di nuovo gli oggetti in macchina e torno a Zsámbék. Restituisco quattro casse e circa seicento euro: in Ungheria sono un mucchio di soldi. Li useranno per comprare la creta, o il cibo, o le medicine, o qualunque altra delle innumerevoli cose di cui hanno bisogno per mandare avanti l’istituto. Andando via penso a come sviluppare nuovi canali di vendita, a come impostare il marketing, a dove trovare i fondi, a come strutturare il sistema di ordini e consegne. Non ho la forza, né il carattere, né la pazienza per accudire o curare, ma ho le capacità per organizzare, vendere e guadagnare. Ed è mia intenzione farlo ancora. ‘Ring the bells that still can ring’.
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I rifugiati siriani – L’epilogo

Una domenica mattina qualunque la polizia fa irruzione in un appartamento qualunque della periferia parigina. Sotto gli sguardi increduli dei genitori, viene arrestato il figlio diciottenne. E’ accusato di aver inviato messaggi intimidatori a varie scuole britanniche in giro per il mondo. Gli sequestrano i computer e tutta l’attrezzatura tecnologica. Un’amica trova la notizia per caso, nel trafiletto di un quotidiano francese online, e la fa circolare: ecco come veniamo a sapere del possibile autore dei tre allarmi bomba nella scuola dei nostri figli. Nessuna comunicazione ufficiale, nessun avviso alle famiglie. Non si sa per certo se sia stato lui: ci sarà un processo per accertare le responsabilità. Ma da allora, fino alla fine dell’anno scolastico, non c’è stato più nessun allarme. Tutti noi genitori avevamo sperato che si trattasse semplicemente di scherzi di cattivo gusto, e siamo sollevati e più sereni, anche in previsione del prossimo anno. Rimane solo un certo rammarico per un talento sprecato, una mente geniale e creativa che rimarrà imbrigliata chissà per quanto nelle maglie della giustizia francese.
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14 secondi con una mano sola

La prima volta che l’ho visto stava seduto per terra dietro l’abside di una delle più famose chiese di Budapest. Magro e dinoccolato, le lunghe gambe incrociate e la schiena curva sul suo gioco di abilità, si guadagnava qualche spicciolo lasciato dai turisti. Sotto il sole cocente, riparato solo dal suo cappellino da pescatore – il suo portafortuna – sembrava ancora più pallido e delicato. Suscitava ammirazione per la velocità con la quale eseguiva il suo gioco di prestigio e anche noi l’abbiamo osservato a lungo, con stupore, ipnotizzati da quelle dita veloci e quel sorriso gentile. ‘Cappellino’, come l’abbiamo amichevolmente soprannominato, in realtà si chiama Hunor, Hunor Bózsing, ed è il campione ungherese di Cubo di Rubik. Lo abbiamo incontrato di nuovo agli Open Hungary 2015, una competizione nazionale dove ragazzini di tutte le età si sfidano nelle varie discipline: Cubo 3×3, 2×2, 5×5, piramide, con una mano sola, bendato. Nella sala c’era un frastuono costante dovuto alle centinaia di cubi che venivano vorticosamente lavorati dai concorrenti per mantenersi in allenamento tra una competizione e l’altra. Molti si conoscevano, probabilmente per aver partecipato a gare simili in giro per il mondo, e c’era un codice di comportamento particolare tra questi ragazzini, che pur essendo rivali nella competizione, chiacchieravano e scherzavano nelle pause mescolandosi il cubo a vicenda. Quando poi salivano sul palco ti lasciavano a bocca aperta, compiendo imprese che hanno dell’incredibile: 12 secondi – dico 12! – per un cubo completo, 14 con una mano sola. Che dire del coreano che ha vinto la specialità 2×2 con un tempo di 2 secondi e 04 centesimi? Praticamente non l’ho neanche visto! La delusione per un istante di distrazione che ti ha rovinato il tempo, la manciata di millesimi persi perché il cubo si è inceppato, la tensione che si scarica maneggiando il cubo di riserva alla fine di ogni prova, il boato che si alza dalla sala quando il campione di cubo bendato finisce la prova migliorando il suo record personale …. E’ stata un’esperienza davvero divertente. E chissà cosa farà il nostro Cappellino quando perderà il primato, quando qualche rivale, forse più giovane, gli soffierà il titolo. Questi piccoli campioni, questi geni matematici, riusciranno a sfruttare il loro dono nel mondo dei grandi? O finiranno anche loro per perdersi in un epilogo alla francese?
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Alte Istituzioni dello Stato

Il suo sguardo rimaneva appiccicato alla mia scollatura lasciando un fastidioso filo di bava. Conoscendo il personaggio, funzionario presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, avevo manovrato per cercare di non sedergli vicino, e invece lui aveva trovato posto proprio di fronte a me, seduto accanto a mio marito. Già durante il discorso di benvenuto del Delegato gli sguardi da strappamutande mi avevano infastidito: eppure siamo ad una cena ufficiale dell’Accademia Italiana della Cucina, un’istituzione culturale della Repubblica Italiana che gode del patrocinio del Presidente della Repubblica. L’Accademia è nata nel 1953 a Milano con l’obiettivo di salvaguardare, insieme alle tradizioni della cucina italiana, la cultura della civiltà della tavola. E’ formata da 212 delegazioni in Italia e 75 all’estero, per un totale di circa 7.500 associati. A Budapest, lo scopo dell’Associazione viene perseguito monitorando i ristoranti italiani della città: viene visitato ogni mese un ristorante diverso e viene compilata una scheda di valutazione da inviare alla sede centrale di Milano, consultabile sul sito ufficiale dell’Accademia. Stasera siamo ospiti di un ristorante toscano, che ci ha riservato l’intero locale e servirà un menù espressamente elaborato per l’occasione. L’atmosfera è conviviale, e mio malgrado, devo intrattenere la conversazione con il signore di fronte: l’antipasto condito con commenti al testosterone, la pappardella al ragù spolverata di doppisensi. (Possibile che non si renda conto che mio marito è seduto accanto e potrebbe aversene a male? O forse vuole proporci una cosa a quattro?) L’arrivo del maialino segna l’acme della volgarità per la posizione infelice della carota decorativa. Parte il primo calcio sotto il tavolo a mio marito, che mi guarda interrogativo senza cogliere la situazione. Cerco allora di deviare il discorso sugli esami alla scuola italiana, ma purtroppo la presenza a casa dell’insegnante privato subito stuzzica le sue fantasie: ‘Giovane, eh? Perché non hai fatto anche tu una bella ripassatina?’ Il secondo calcio, a rischio di rottura di rotula, finalmente sortisce l’effetto desiderato: mio marito attira l’attenzione dell’Accademico sfilandomi dalla conversazione. Distrattamente sento che intavolano una disquisizione sul valore della fedeltà nel matrimonio: ‘Ma tu come fai, qui a Budapest? Io me le sc…..i tutte!’ Provvidenziale arriva il dolce, insieme al brindisi di commiato e ai ringraziamenti del Delegato. Arrivederci alla prossima!
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Fidesz – Unione Civica Ungherese

Domenica 2 ottobre gli ungheresi hanno votato un referendum sulla politica europea delle quote nella redistribuzione dei migranti. Nella realtà dei fatti un voto sull’accoglienza di immigrati e rifugiati nel territorio nazionale. I manifesti della campagna per il NO tappezzavano la città, e anche se non posso leggere i giornali né guardare i notiziari, posso dire con certezza che il primo ministro Viktor Orbán desiderava trasformare il voto referendario in un plebiscito a favore della sua politica delle barriere. E non è stato raggiunto il quorum. Il martedì successivo eravamo a cena nella residenza dell’ambasciatore spagnolo e sedevo accanto al responsabile della comunicazione di Fidesz, il partito del Premier. Come farmi sfuggire l’occasione! Gli ho chiesto quale fosse la sua lettura del risultato referendario. Ha cominciato un comizio che sembrava non avere fine, sulla sovranità nazionale, sulla difesa dell’identità culturale europea, sulla legittimazione del parlamento europeo, su come le direttive dell’Unione Europea sulla redistribuzione dei migranti non verranno comunque rispettate dal governo ungherese in forza del fatto che più del 90% dei votanti – in un referendum nullo (ndr) – si era espresso per il NO. Ho ascoltato senza interrompere e cercando di controllare il desiderio di replicare: non era la sede per far montare una discussione accesa, ne’ il mio inglese povero e ineluttabilmente maccheronico me lo avrebbe consentito. Ma mi sono tolta lo sfizio di fargli una domanda più specifica sulla campagna referendaria: “Pensate di aver sbagliato qualcosa nella comunicazione?” (troppo diretto? Un sorriso angelico ha accompagnato l’affondo). Non ha saputo rispondere con convinzione, rimandando ad analisi successive da svolgere all’interno del partito la valutazione finale. Gli ho chiesto, allora, se conosceva il film di Pablo Lorraín No, i giorni dell’arcobaleno: voleva essere un modo per trovare un elemento di contatto, per esprimere il mio apprezzamento sul valore e sul ruolo fondamentale della comunicazione nella vita politica di un paese. Il film cileno, infatti, racconta di come il responsabile di una campagna per il NO era riuscito a ribaltare completamente le aspettative di voto, applicando per la prima volta metodi e strumenti pubblicitari alla campagna referendaria, per giunta in un paese dove i mezzi di comunicazione erano controllati dal regime (che sosteneva il SI). Un risultato straordinario! Il film non lo aveva visto, ma mi ha promesso che lo cercherà e, incuriosito, mi ha chiesto: “Quale era il quesito referendario?”. All’improvviso mi sono resa conto che forse parlare a lui di come i cileni erano riusciti a far fuori dalla scena politica il dittatore Augusto Pinochet non era molto appropriato: arrampicandomi sugli specchi, ho cominciato ad accennare che il film era focalizzato sulla riuscita della campagna, non sul quesito referendario…. poi, per fortuna, la moglie dell’ambasciatore si è alzata, a indicare che la cena era finita. A seguire, saluti di commiato. E anche stavolta – totalmente impreparata e con un inglese stentato – me la sono cavata, senza creare incidenti imbarazzanti tra la banca e il governo ungherese.
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Tutto il mondo è paese

Un agente mi ha fatto cenno di accostare. ‘Cosa avrò sbagliato, stavolta?’. Lo saluto scusandomi ‘Bocsànot, nem beszélek magyarul’. E già lui sbuffa, capendo che avrà del filo da torcere. Chiama un collega in aiuto, e insieme mi fanno capire che il tratto di controviale dove stavamo, quel giorno era chiuso per un evento. Mi fanno perfino vedere il segnale temporaneo che (ovviamente!) non avevo rispettato. Che fare? Intanto, patente e libretto. ‘Libretto: mah, sarà questo? Tutto scritto in ungherese… chi lo sa?’ Gli allungo quello che posso e loro cominciano a studiare la patente italiana, cercando i riferimenti necessari. Che fatica, poveretti! Il più rigido si allontana, per andare a consultarsi con il capo e l’altro, cercando una via d’uscita, mi chiede: ‘Diplomata?’. ‘Nem diplomata’, rispondo io sinceramente: sono moglie di Expat, non diplomatica. Lui cambia tono, si avvicina, e a voce bassa mi dice ammiccando ‘Igen, diplomata!’. Non ci posso credere! Un agente! Ungherese! Mi sta suggerendo di dire che sono una diplomatica, di dichiarare il falso! In un lampo valuto la situazione: il mio nome non è stato ancora scritto, l’agente più rigido si è allontanato, l’infrazione è di poco conto….. e quando lui con voce di nuovo impostata richiede ‘Diplomata?’, rispondo guardandolo negli occhi – famo a capisse – ‘Igen, diplomata!’. Soddisfatto per la brillante risoluzione del problema, mi lascia andare, facendo cenno ai colleghi che purtroppo non c’è niente da fare. E mi allontano ancora attonita, sorpresa e sollevata. Un largo sorriso si apre sul mio viso: finalmente ho trovato un mio simile in una terra straniera! Ci vuole così poco per sentirsi a casa.
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Un capolavoro riscoperto

Quando ero piccola le bambine leggevano ancora Piccole donne e Pattini d’argento, i bambini Cuore e I ragazzi della Via Paal. A Pál utcai fiúk è il romanzo che tutti gli ungheresi, senza eccezione, dal Novecento ad oggi, hanno letto quando erano ragazzi. Una piazza e una strada di Budapest sono dedicate al suo autore, Ferenc Molnár. E’ un grande classico della letteratura ungherese, ma pensavo che ormai non lo leggesse più nessuno. Invece ho trovato il libro in italiano – un’edizione scarsamente curata, a dire il vero – e ho cominciato a leggerlo ai bambini la sera. Prima di dormire, hanno così fantasticato con le avventure di Boka, Csónakos e Nemecsek, che costruivano il loro fortino nella vecchia segheria di Via Paal. La curiosità dei bambini era accresciuta dal fatto di poter andare a vedere, all’incrocio tra Pál utca e Maria utca, il posto dove sorgeva la segheria, o individuare il parco dove c’era il quartier generale delle Camicie Rosse, la banda avversaria. Per settimane si sono addormentati immaginando appassionati la gerarchia della banda, la preparazione delle munizioni, fino alla battaglia finale. E poi hanno seguito in silenzio, immobili nei loro lettini, l’epilogo lento e sofferto con la morte del piccolo Nemecsek. Le ultime pagine erano talmente vivide e toccanti che veniva da leggerle quasi a bassa voce, per rispetto di quei genitori, in quella povera casa, che vedevano spegnersi la vita del loro fragile figlio. E sembrava di essere lì con loro, accanto a quel manipolo di bambini, amici e compagni di battaglia, che onoravano la vita del piccolo eroe, la cui morte segnava anche la fine della loro infanzia. Solo pochi romanzi ti rimangono a lungo nel cuore, ed è sempre bello quando ne trovi uno da aggiungere alla tua lista personale di grandi capolavori.
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Egészségredre!

Vorrei spendere due parole sulla cucina ungherese. Gulyash e libamaj (fegato d’oca): ecco tutto quello che c’è da sapere. Considerando che il primo si può mangiare solo d’inverno e il secondo soltanto in piccolissime quantità, il discorso sembrerebbe esaurito in partenza. Ma io sono notoriamente ostinata e quindi ho voluto approfondire. Mettendo a repentaglio la salute del mio stomaco, ho assaggiato di tutto. Non ce l’ho fatta solo con il gyros, la pizzottella fritta che gli ungheresi abitualmente mangiano per strada nella pausa pranzo: dopo i primi morsi l’ho dovuta lasciare nel piatto. Unta e disgustosa. Ho continuato, comunque, le mie ricerche e, sorprendentemente, ho trovato alcune pietanze niente male. Prima di tutto la pogacsa (si legge pogaccia): palline di pasta di pane condite con formaggio, patate, pancetta, ottime come stuzzichini per l’aperitivo, come merenda o per le feste dei bambini. Venendo a piatti più sostanziosi, la coscia d’anatra, cotta in un tradizionale recipiente di coccio con coperchio direttamente nel forno, risulta molto gustosa, polposa e croccante. Il maiale mangalica (si legge mangaliza), razza pelosa ungherese, è di una qualità effettivamente superiore e risulta eccezionale comunque venga preparato. Ma veniamo ai formaggi: sono scarsi per varietà e qualità e per questo è stato piacevole scoprire al mercatino della domenica del Szimpla Kert – storico Ruin Bar del quartiere ebraico – un produttore indipendente pluripremiato che ci ha fatto assaggiare, tra gli altri, una caciotta alla cipolla davvero particolare. Un capitolo a parte merita la pasticceria. La palacsinta (si legge palacinta), di cui vanno golosi i bambini ungheresi, è una semplice crepe con il cioccolato; solo la versione fatta secondo la ricetta originale dello chef del Ristorante Gundel può essere considerata una vera e propria creazione tipica ungherese. Lo stesso dicasi della torta Dobos, la cui ricetta fu donata con lascito testamentario allo stato ungherese dal suo ideatore, il pasticcere Jozsef C. Dobos. Vanta molte mediocri imitazioni, ma può essere gustata nella versione tradizionale solo in alcuni ristoranti fedeli alla ricetta originale. Ed infine lo strudel (rétes in ungherese), meraviglia che i magiari (e non gli austriaci!) hanno fatto conoscere al mondo. Necessita di una notevole maestria nella preparazione della pasta, che deve essere finissima, quasi un velo, tant’è che un antico detto afferma: “Saprai se la tua pasta per lo strudel è pronta quando prendendo un panino d’impasto riuscirai ad avvolgere un ussaro e il suo cavallo”. La farina e le uova ce l’ho, adesso trovo un ussaro e ci provo!

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