Torino in quattro giorni


Sono stato a Torino (Turin in piemontese) con mia moglie in occasione di un mio impegno di lavoro presso la locale Camera di Commercio.
Quattro giorni non bastano per comprendere questa elegante città di cultura frutto di una storia impegnativa e pure sorprendente, ma sono sufficienti per innamorarsene.

La città di Torino è il quarto comune italiano per popolazione, il terzo complesso economico-produttivo del Paese e costituisce uno dei maggiori poli universitari, artistici, turistici, scientifici e culturali d’Italia. Suoi alcuni simboli del “Made in Italy” nel mondo, come il Martini, il cioccolato gianduja e il caffè espresso. Nel 1997 parte del centro storico di Torino, unitamente al Castello del Valentino, alla Villa della Regina e agli altri possedimenti del circuito di residenze sabaude in Piemonte, è stata riconosciuta patrimonio dell’umanità dall’UNESCO col nome di Residences of the Royal House of Savoy.

Un glorioso passato che ha inizio nel III secolo a.C. grazie all’insediamento di alcune tribù celtiche taurine da cui deriva il nome Taurasia. Sotto il dominio romano dell’imperatore Augusto diviene, nel I secolo a.C., Iulia Augusta Taurinorum e nel successivo Medioevo sopravvive alla paura e alle carestie. In questo lungo periodo oscuro l’attento osservatore può già intuire che un qualcosa di grande si cela nel piccolo insediamento urbano sulle rive del Po. Nel XVI secolo con l’arrivo di Emanuele Filiberto di Savoia e l’imposizione di nuove riforme si gettano le basi per la Torino moderna sia dal punto urbanistico che politico. Il suo sviluppo supera gli ostacoli dell’ingerenza francese e della devastante peste, e nel 1713 con il principe Eugenio di Savoia Torino diventa capitale del Regno di Sardegna.

L’architetto Filippo Juvarra, uno dei principali esponenti del Barocco, che operò per lunghi anni a Torino come architetto di casa Savoia, mette a disposizione il suo genio per creare il nuovo aspetto urbano, pronto ad accogliere il primo Parlamento italiano nel 1861. Torino rimarrà capitale del nuovo Stato fino al 1865 per poi cedere il primato a Firenze e quindi all’eterna Roma.

Archiviate le importanti vicende politiche, a cavallo tra l’ottocento e il novecento, la città diviene un polo industriale fra i più grandi dell’intera Europa grazie alla FIAT, Fabbrica Italiana Automobili Torino. I decenni di boom economico furono diversi ed esaltanti ma purtroppo la storia ci insegna che tutto ha una fine. La crisi economica infligge profonde ferite e con il nuovo millennio Torino cambia nuovamente volto, divenendo a tutti gli effetti la città d’arte che oggi abbiamo imparato a conoscere e ad amare.

Questo è il post con le sensazioni e le informazioni del viaggio, suddiviso per motivi tecnici in quattro parti.

1° giorno, giovedì 6 luglio 2017: Torino (887.000 ab. – 239 m s.l.m. – 22°-30°)

Il primo giorno siamo arrivati intorno alle 13 presso l’hotel prenotato: Hotel due mondi. Lasciati i bagagli, poiché la camera non era ancora pronta, abbiamo approfittato per fare un primo giro dei portici e delle piazze. Abbiamo visitato la chiesa di Santa Cristina, sita in piazza San Carlo, nel centro storico della città. Assieme alla vicina chiesa “gemella” di San Carlo, posta ad ovest di Via Roma (che separa, di fatto, i due edifici), essa delimita il lato sud della piazza stessa, in direzione di piazza Carlo Felice e della stazione di Torino Porta Nuova.

 

Abbiamo passato il pomeriggio alla visita guidata del Museo egizio che è considerato, per il valore e la quantità di reperti, il più importante del mondo dopo quello del Cairo.

Il 1° aprile 2015 è stato riaperto, dopo 3 anni e mezzo di lavori, completamente rinnovato. Come quello del Cairo, è dedicato esclusivamente all’arte e alla cultura dell’Egitto antico. Al suo interno si possono trovare mummie, papiri compresi animali imbalsamati.

Nel 1759 un appassionato egittologo di Padova, Vitaliano Donati, si recò in Egitto per effettuarvi scavi e ritrovò vari reperti, che furono inviati a Torino. All’inizio dell’800, all’indomani delle campagne napoleoniche in Egitto, in tutta Europa scoppiò una vera e propria moda per il collezionismo di antichità egizie. Bernardino Drovetti, piemontese, console generale di Francia durante l’occupazione in Egitto, collezionò in questo periodo oltre 8000 pezzi tra statue, sarcofaghi, mummie, papiri, amuleti e monili vari. Nel 1824 il re Carlo Felice acquistò questa grande collezione per la cifra di 400.000 lire e unendovi altri reperti di antichità classiche di Casa Savoia, tra cui la collezione Donati, diede vita al primo Museo Egizio del mondo.

Sul finire dell’Ottocento il direttore del museo, Ernesto Schiaparelli, avviò nuove acquisizioni e si mise personalmente a condurre importanti campagne di scavi in Egitto. In questo modo, intorno agli anni trenta del ‘900, la collezione arrivò a contare oltre 30.000 pezzi in grado di testimoniare ed illustrare tutti i più importanti aspetti dell’Antico Egitto, dagli splendori delle arti agli oggetti comuni di uso quotidiano.

L’ultima acquisizione importante del Museo è il tempietto di Ellesija, donato all’Italia dalla Repubblica Araba d’Egitto nel 1970, per il significativo supporto tecnico e scientifico fornito durante la campagna di salvataggio dei monumenti nubiani, minacciati dalla costruzione della grande diga di Assuan.

Ci siamo potuti soffermare nella Galleria dei Re, davanti alle imponenti statue dei Faraoni che incutono rispetto e abbiamo avuto modo di vedere nel dettaglio tutto quello che era contenuto nella tomba — una delle poche rimaste intatte — dell’architetto Kha e di sua moglie Merit e così farci un’idea di quella che era la vita quotidiana degli Egizi, dal momento che la morte secondo la loro concezione era soltanto un passaggio a un’altra dimensione e perciò occorreva portarsi appresso nella tomba tutto ciò che poteva servire nell’aldilà.

La sala n° 6 al primo piano è dedicata ai reperti provenienti dal villaggio di Deir el Medina, abitato dagli artigiani che realizzarono le tombe della Valle dei Re, reperti che hanno permesso di ricostruire la vita quotidiana del tempo.

Tra i 245 reperti che ospita, testimonianza delle professioni artigiane e operaie nell’Egitto dal XVI al XI a.C., c’è infatti anche il papiro relativo al primo sciopero avvenuto nel 29° anno di regno di Ramses III da parte delle maestranze non pagate del villaggio omonimo e non a caso in questa sala c’è una dedica a Giulio Regeni (cliccare qui).

Chi dice Egitto dice mummie, e a Torino ce ne sono alcune davvero singolari.
Tra le altre quelle di tre sorelle di cui conosciamo anche i nomi, e quella di un ignoto, con i tratti del volto dipinti che lo fa assomigliare a un tragico pupazzo. Scopriamo anche grazie a un’indagine endoscopica che molte delle mummie arrivate al museo sono falsi d’epoca.

 

Un altro reperto di incredibile interesse del museo è rappresentato dal papiro erotico satirico 55001 (come facevamo l’amore ai tempi degli Antichi Egizi).

Questo papiro è stato recentemente restaurato e riallestito e si compone di due parti: la prima più satirica che occupa lo spazio più corto, la seconda decisamente erotica, con una commistione di immagini e testo che lo fa apparire una sorta di Kamasutra egiziano. In questa seconda parte lo spettatore osserva come si svolgeva la vita reale di una donna egiziana oltre 3.200 anni fa (il papiro risale alla XX dinastia, quella dei Ramses che tanti monumenti colossali ci hanno lasciato), potendone ammirare capelli, trucco e altri aspetti legati alla sfera dell’eros tra cui, ovviamente, le posizioni amorose.

Il papiro, risultato, fino ad oggi, unico, anche se l’iconografia è ripresa da un gran numero di ceramiche, nelle quali sono riprodotti gli stessi temi. Dodici le scene sessuali rappresentate. Anche se gravemente danneggiati, i disegni sono stati restaurati e ripresi schematicamente. Alcuni egittologi, considerata la contiguità dei capitoletti erotici a quelli grotteschi, pensano a una letteratura per immagini, destinata a divertire cortigiani o classi abbienti. I geroglifici trovati in questo “decamerone dell’antichità” sono di tenore inequivocabile. “Tenere il piacere, il pene in me …” recita un geroglifico.

 

Due edifici nelle immediate vicinanze del Museo Egizio che hanno attirato la nostra attenzione sono stati la chiesa di San Filippo Neri, ideata sempre da Filippo Juvarra, e il Palazzo Carignano.

Il primo per il suo pomposo ingresso in stile neoclassico con tanto di colonne e frontone, il secondo per il colore rosso della facciata barocca in cotto resa unica dalle sue forme curvilinee: uno spettacolo per gli occhi.

Guardando le vetrine di Via Lagrange non potevamo non notare il prezzo esorbitante (diverse migliaia di euro) di alcuni capi di abbigliamento firmati. Proprio lì accanto un barbone con il cagnolino chiedeva la carità. Ecco due volti agli antipodi eppure vicinissimi di questo capoluogo.

In serata incontriamo Graziella e Gianni. Finalmente, dopo tanti anni e tante promesse di rivedersi, mia moglie Carla riesce ad incontrare di nuovo la sua amica Graziella, una conoscenza nata ai tempi del lavoro e consolidata dalla reciproca simpatia a riprova che non è la vicinanza che mantiene in vita l’amicizia.

Con Graziella e suo marito Gianni ci incontriamo sotto l’albergo ed insieme ceniamo in una trattoria caratteristica piemontese a Caselle. Tomini e carne cruda alla piemontese, agnolotti al “plin” ,che vuol dire letteralmente “pizzicotto” – come mi spiega Graziella – al sugo di arrosto e fegato in tegame. E dopo queste delizie veniamo “scarrozzati” per le strade intorno a Torino sino a vedere l’Abbazia di San Michele della Chiusa comunemente chiamata “La Sacra di San Michele che è un monumento simbolo della Regione Piemonte e luogo che ha ispirato lo scrittore Umberto Eco per il best-seller Il nome della Rosa. Ristrutturato, è stato affidato alla cura dei padri rosminiani.

La Sacra di San Michele è un’antichissima abbazia costruita tra il 983 e il 987 sulla cima del monte Pirchiriano, a 40 km da Torino. Dall’alto dei suoi torrioni si possono ammirare il capoluogo piemontese e un  panorama mozzafiato della Val di Susa.  All’interno della Chiesa principale della Sacra, risalente al XII secolo, sono sepolti membri della famiglia reale di Casa Savoia.

Dedicata al culto dell’Arcangelo Michele, difensore del popolo cristiano, la Sacra di San Michele s’inserisce all’interno di una via di pellegrinaggio lunga oltre 2000 km che va da Mont Saint-Michel, in Francia, a Monte Sant’Angelo, in Puglia.

Poi visita al borgo medioevale di Sant’Antonio di Ranverso nei pressi di Rivoli, lungo l’antica strada di Francia, comprende l’Abbazia e il quattrocentesco Ospedale della precettoria. L’Abbazia di Sant’Antonio di Ranverso fu fondata da Umberto III di Savoia sul finire del secolo XII e affidata ai Monaci Antoniani, venuti dalla Francia, i quali gestivano anche il vicino piccolo Ospedale, dove venivano assistiti i pellegrini affetti da lebbra.

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